venerdì 7 dicembre 2012

Intervista a Raphael Israeli


Raphael Israeli, professore di storia dell’Islam, del Medioriente e della Cina all’Università Ebraica di Gerusalemme, non usa mezzi termini ed esordisce così: “La guerra a Gaza, per ora, è finita, ma la principale lezione da imparare dall’intera vicenda è il livello di ipocrisia delle Nazioni Unite”.
Professore, che cosa sta succedendo davvero a Gaza?
“La tregua durerà il tempo necessario ad Hamas per riarmarsi ed essere pronto a lanciare un nuovo attacco. Per anni Israele ha denunciato all’Onu e a tutte le potenze europee che il paese era oggetto del lancio di razzi provenienti da Gaza, ma, dopo aver dichiarato il fatto “inaccettabile”, nessuno si è mosso per impedirlo, mentre questa volta, appena Israele ha reagito per difendersi, il problema è diventato improvvisamente urgente e tutti, dagli Stati Uniti alla Russia all’Egitto allo stesso Ban Ki-moon, si sono prontamente adoperati per fermare il conflitto. Per questo parlo di ipocrisia delle Nazioni Unite. Perché la realtà è che nessuno alzerà mai un dito per la sicurezza di Israele, il quale sarà sempre obbligato a pensarci da solo, anche quando non otterrà l’autorizzazione per farlo. A questa situazione, peraltro, si deve aggiungere il dato di fatto che gli Stati Uniti si stanno alleando con i peggiori regimi fondamentalisti del mondo, quali Egitto, Turchia, Hamas, concedendo loro un grande riconoscimento.
Qual è lo stato d’animo in Israele per il secondo mandato di Obama? Come valuta l’atteggiamento americano riguardo l’offensiva a Gaza?
Penso che Obama alla fine si rivelerà meno negativo e dannoso di quanto gli israeliani temano, perché ha riconosciuto il diritto di Israele a difendersi, e ha bloccato il tentativo dei paesi arabi di ottenere da parte dell’Onu un’aperta condanna nei confronti dello stato ebraico. Ma, dall’altra parte, ha intimato ad Israele di non procedere ad un attacco di terra, e, insieme ai paesi europei e alle Nazioni Unite, ha accresciuto lo status politico di Hamas, indicandolo effettivamente quale successore dell’Autorità Palestinese e di Abu Mazen.
Attualmente la situazione in paesi come Libia ed Egitto è estremamente confusa, il conflitto siriano diventa sempre più cruento e Israele ha appena combattuto una guerra contro Hamas. In che modo pensa evolverà lo scenario mediorientale nel prossimo futuro?
Credo che l’Occidente si illuda ancora che la “Primavera” porterà un processo di democratizzazione nei paesi arabi grazie all’appoggio convinto degli americani, senza capire che nel lungo termine i tiranni saranno rimpiazzati dai fondamentalisti islamici, perché questo è quello che vogliono le masse. Va riconosciuto che il presidente egiziano Mursi, in questa occasione, si è rivelato alquanto pragmatico e pronto a contenere Hamas, ma noi sappiamo che quello che fa non è dettato da un cambio di mentalità, quanto esclusivamente dall’esigenza di ottenere gli aiuti economici statunitensi. La realtà è che il leader egiziano sta continuando a boicottare ogni possibilità di rapporto con Israele, di cui ancora non pronuncia nemmeno il nome.
Ritiene che l’Islam rappresenti davvero un pericolo per l’Occidente?
Basterebbe guardare i simboli e sentire gli slogan che caratterizzano le manifestazioni islamiche in Europa, ascoltare i musulmani proclamare il loro odio per la democrazia, per capire che la loro massiccia presenza nei paesi europei ingrossa una corrente antidemocratica che sta minando il Vecchio Continente. In Medioriente, invece, il timore più grande rappresentato dall’Islam riguarda la potenza nucleare iraniana, la quale, una volta divenuta effettiva, si rivolgerebbe infine contro Israele e contro l’Occidente.

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