giovedì 7 marzo 2013

Il Pd scherza col fuoco


Alzi la mano chi aveva creduto che nessuno, dopo i risultati elettorali, avrebbe potuto tirare diritto come se nulla fosse, perché il mio braccio è già disteso. Ci sono cascata. Avevo manifestato persino un certo ottimismo perché ritenevo impossibile che i partiti non prendessero atto che il voto ha segnato un punto di non ritorno, un aut aut dal quale dipende integralmente il futuro di questo paese, o – meglio - la possibilità o meno che un futuro ci sia. E invece no.
Uno si sarebbe aspettato che Pier Luigi Bersani, dopo la non vittoria (che nella lingua della società civile si chiama batosta elettorale), da un lato si rendesse disponibile a qualsiasi soluzione per garantire quantomeno un governo di transizione, sistemare quelle tre o quattro cose fondamentali per tornare alle urne, e lanciare un segnale di cambiamento nella vita pubblica e nell’economia; dall’altro, che si dimettesse dal suo ruolo di segretario del Pd per favorire il rinnovamento del partito sapientemente bloccato quando pensava di avere la vittoria in tasca. Non ci vuole un genio della politica per capire che non ci sono più i margini per le chiacchiere e i sofismi; e lui, invece, che cosa fa? Forte del premio di maggioranza di una legge elettorale tanto vituperata quanto prudentemente conservata e adesso oscenamente sfruttata, si mette a lanciare diktat. Per essere uno che non ha mai detto una cosa chiara e tonda durante tutta la campagna elettorale, adesso punta i piedi e scandisce paroloni. Per dire che un accordo di governo con il Pdl non ci sarà mai, e piatire il sostegno di Grillo (che ha insultato, generosamente ricambiato, per mesi e mesi) su un programma di governo di otto punti. Otto punti di cui un paese sull’orlo del baratro, naturalmente, non può fare a meno. Una legge contro la mafia (ma perché, essere mafiosi attualmente è legale?), una contro la corruzione (che può anche essere migliorata ma c’è già), una sul conflitto di interessi (che ci vuole indubbiamente, ma non è la priorità), cittadinanza a oltranza (fondamentale per la ripresa?), diritti alle coppie omosessuali (giustissimo, ma nella situazione attuale non può essere all’apice di un’agenda di governo), diritto allo studio (ammetto di non sapere chi in Italia non ne goda), e interventi per una politica più sobria e per l’emergenza economica e sociale (le uniche cose veramente urgenti, su cui però non è dato sapere di più).
In un momento così delicato, in cui la miccia dell’insofferenza sociale può esplodere da un momento all’altro, il segretario del Pd lancia questo programmino vago e inutile e sfida a sostenerlo quello che fino a ieri era il mostro dell’antipolitica e del populismo pseudo-fascista. Incredibile. Rivendica il suo primato ma passa la palla a Grillo, e si innervosisce pure perché sarebbe il leader del M5S a dover dire cosa voglia fare, altrimenti - minaccia impetuoso - si va tutti a casa. Ma dov’era Bersani mentre Grillo urlava per tutte le piazze italiane – e senza tanti giri di parole – quello che voleva fare? Perché continua a “sfidarlo” quando è ovvio ed è già stato ribadito dieci volte che i grillini non daranno la fiducia ad un eventuale governo Bersani? E d’altronde, come si fa anche solo ad immaginarlo quando è del tutto evidente che i partiti stanno al M5S come un’astronave ad un asteroide in rotta di collisione? Se la prima aggiusta la rotta, il secondo sparisce. Grillo l’incoerenza non se la può permettere, non è nel suo interesse. E’ convinto che un governo di larghe intese soffrirebbe abbastanza la pressione grillina da non osare, ad esempio, eleggere un nuovo presidente della Repubblica che non sia di sufficiente gradimento popolare, ma è anche fiducioso che il Pd e il Pdl finirebbero per logorarsi definitivamente, permettendo al M5S, alle quantomai prossime elezioni, di governare direttamente da soli. E questo è uno scenario che andrebbe molto oltre l’utilità storica della presenza grillina in Parlamento, e per scongiurare il quale era indispensabile che la lezione delle urne venisse capita.
Il Pd sta inanellando una serie di errori che sono potenzialmente letali per l’Italia. Prima il boicottaggio di Renzi, che è stato un utilissimo alibi anche per la ricandidatura di Berlusconi, e ora la smania di governare sapendo di non avere i numeri e gli strumenti adeguati al dramma della situazione attuale. Perché la realtà, incredibilmente, ancora non gli entra in testa. E la realtà è fatta di un paese in cui quindici mesi di dissanguamento economico sono serviti a far aumentare la spesa pubblica del 3% e a prosciugare i risparmi degli italiani. Il tessuto produttivo è ridotto all’osso e invoca disperato un allentamento della tenaglia fiscale, e quello sociale è sull’orlo dell’esplosione perché ha finito i soldi. Siamo alla frutta, e loro fissano le consultazioni a un mese di distanza dal voto. Ma il paese non ce l’ha un mese da spendere dietro ai giochetti di palazzo. Se le ultime speranze verranno deluse, le conseguenze potrebbero essere tali da far apparire la Grecia una prospettiva ineludibile, e questa volta niente e nessuno ne sarebbe risparmiato. Neanche loro.

venerdì 1 marzo 2013

Analisi di un voto


Le elezioni sono andate esattamente come tutti coloro che non seguono i sondaggi avevano previsto: paralisi totale del Parlamento e psicodramma democratico. Ma non si può dire che siano andate poi così male, perché sono una vera e propria lezione di fronte alla quale si aprono solo due possibilità: capirla e trarne le dovute conseguenze, oppure cadere dal ciglio del burrone nel quale ci troviamo e finire nel baratro, ed è giusto che la sordissima classe politica italiana si trovi di fronte a questo aut aut. Intanto il voto ha ristabilito una regola fondamentale della democrazia in cui nessuno credeva più: le urne possono davvero cambiare gli scenari politici, le opinioni e i sentimenti popolari hanno un peso, e bisogna tenerne conto. E’ un’ovvietà che avevamo tutti dimenticato, avvitati come eravamo nella polarizzazione destra/sinistra, Roma vs Lazio, che aveva inutilmente caratterizzato le campagne elettorali dell’ultimo quindicennio, e questo è un indubbio merito della presenza in campo di Monti e Grillo. Il primo perché il suo flop è la riprova che quando sei chiamato a somministrare medicine quasi mortali puoi anche essere considerato un salvatore della patria, a patto però poi di scomparire dalla scena. Perché uno che ha imposto all’Italia il fiscal compact non è credibile quando parla di crescita; perché la sua società civile è fatta di persone lontanissime dalla durezza della vita quotidiana della maggioranza degli italiani, e perché il tipo di Europa incarnata dallo stesso Monti, e dal quale egli è amato – autocratica e autoreferenziale – non è né sentita né amata dagli italiani. Su Grillo c’è poco da dire. Ha costruito un partito sull’insofferenza e lo scontento, sì, ma poi lo ha strutturato, lo ha dotato di un programma (credibile o meno è un altro discorso), e lo ha portato ad essere il primo partito italiano. Alla faccia di chi lo ha sfottuto fino all’altro ieri; alla faccia di chi gridava all’antipolitica e riduceva l’impresa grillina alle invettive del comico genovese. A prescindere da quello che faranno ora i deputati del M5S, la positività dell’ingresso nelle istituzioni di tante persone comuni, nuove, non avvezze alle regole dei palazzi romani, è enorme. E’ la dimostrazione che quello che la classe dirigente chiama spregiativamente populismo e antipolitica non è altro che legittimo scontento saputo diventare proposta politica, rinnovamento. Non c’è spauracchio che abbia tenuto. Certo, ora tutto dipenderà dalla coerenza che il partito saprà dimostrare nell’attività parlamentare; dopo simili aspettative una grande delusione non sarebbe sopportata, e un movimento con eletti e personalità piuttosto eterogenei forse non potrebbe sopravvivere.
Altro discorso il Pd e il Pdl. Alla sinistra è rimasta una unica certezza: quando si tratta di perdere non la batte nessuno. Perché? Perché rifiuta caparbiamente di diventare un partito socialdemocratico, anche quando ne ha la possibilità. Un partito che scarta il suo jolly per il cambiamento e si chiude a guscio nell’angusto perimetro di Sel e della Cgil è un partito che non vuole capire che questo paese non è di sinistra. Non di questa sinistra. Ma c’è un capolinea anche per i più ottusi, e il rinnovamento non sarà più rinviabile. E’ un’ottima notizia. Lo stesso vale per il Pdl. Gongolamenti a parte per il grande recupero, l’emorragia di voti è da coma e la rivoluzione interna non più rinviabile. E’ realistico ritenere che Berlusconi abbia fatto la sua ultima, straordinaria campagna elettorale. Soprattutto perché il suo scopo non era tanto vincere, quando ribaltare il ricordo che l’Italia avrebbe avuto di lui: non l’uomo finito e ridotto a dimettersi di un anno e mezzo fa, ma il grande combattente, lo stratega politico in grado di smobilitare, ancora una volta, milioni di voti. Nessuno, neanche chi proprio non sopporta più nemmeno di vederlo, potrà parlare di lui in termini diversi, ma la prossima volta toccherà per forza a un altro, e anche questa è un’ottima notizia.
Un discorso a parte merita Fare per Fermare il Declino, l’altra grande novità di queste elezioni. Un movimento nato intorno ad un manifesto di idee e principi divulgato lo scorso luglio; un programma politico di altissimo livello scritto e pensato da illustri professionisti, un partito sceso ufficialmente in campo l’8 dicembre, migliaia di volontari improvvisamente riappassionatisi alla politica, e un leader preparatissimo, carismatico, estroso, diverso. Fare aveva tutto per sfondare. Anche i numeri. Poi, il fattaccio. Sul quale è superfluo tornare, perché il punto vero è la gestione del fattaccio. Giannino ha ammesso le sue colpe, si è dimesso, ha seguito la conclusione della campagna elettorale dalla prima fila, sotto il palco, e poi è sparito. Persino le sue foto dal sito sono state rimosse. Poteva fare più di così in omaggio ai principi di onestà e trasparenza da lui stesso propugnati? Non credo. E gli altri? I professori, la dirigenza? Hanno pensato che la cosa migliore fosse staccare la creatura dal suo creatore, che mollare in massa e deputazione Giannino avrebbe salvaguardato il pacchetto di voti, e hanno mandato al macello una ottima persona, ma del tutto sconosciuta, che ha fatto quello che poteva perché i “big” si sono tirati tutti indietro. Risultato? Un disastro. Un disastro di cui nessuno si vuole prendere la responsabilità, che ha innescato il fuggi fuggi generale (e d’altronde quando la barca affonda i topi scappano) e uno straccio di vesti ottimamente veicolato via social network. Complimenti davvero. Non hanno nemmeno bisogno di nemici politici perché si suicidano benissimo da soli. Forse fare quadrato intorno alla persona che più di tutte ci aveva messo la faccia, i soldi, il tempo e le rinunce professionali, pur facendogli ammettere le sue colpe e accettando le sue dimissioni, avrebbe prodotto un risultato diverso; forse la vanità, l’egocentrismo e le manie di protagonismo non affliggevano tanto Giannino quanto altri fondatori; forse un bel confronto aperto e teso a far venire a galla la verità se lo dovevano fare prima e a porte chiuse. Forse.
E ora? Ora speriamo che Grillo sia coerente con se stesso e non appoggi un governo Bersani, che si riesca ad ottenere un governo di scopo atto esclusivamente a cambiare la legge elettorale e ad eleggere un capo dello Stato per forza diverso dai nomi che circolavano fino a tre giorni fa, e con un po’ di fortuna tra un anno avremo le prime, vere, elezioni della terza repubblica.

martedì 12 febbraio 2013

Fare fa sul serio


Anticonformista, eclettico e particolare anche nella scelta dei nomi. E’ il primo grande incontro degli aderenti e dei simpatizzanti di Fare per Fermare il Declino, e lui lo chiama AntiMeeting. Forse perché il presupposto è sfatare tutti i luoghi comuni della vecchia politica, come quello del voto utile, secondo cui l’elettorato italiano dovrebbe continuare a scegliere secondo lo schema calcistico della Roma contro la Lazio, e prediligere uno dei grandi partiti semplicemente per evitare che sia l’altro a vincere le elezioni. Ma lui questa visione manichea la rifiuta integralmente, spiegando che tutte le grandi cose, in Italia, sono nate da un manipolo di persone che ad un certo punto hanno detto basta. Risorgimento ed Unità d’Italia compresi. Le premesse dunque c’erano e l’evento, infatti, è notevole, l’organizzazione impressionante per un movimento che è ufficialmente sceso in campo lo scorso 8 dicembre, i personaggi, gli interventi, i temi, il format stesso, tutto oggettivamente innovativo e di alto livello. L’entusiasmo dei presenti e della Rete c’è e si vede. Chi non è fisicamente presente ascolta gli interventi in streaming e twitta incessantemente, e lui, l’ultimo dei dandy, il signore degli anelli (glieli invidio tutti) sale più volte sul palco e infiamma letteralmente la platea.
Sembra sceso da una tela del Diciannovesimo secolo, Oscar Giannino, ma in comune con il decadentismo della fine dell’ 800, in realtà, ha solo l’eccentricità di un abbigliamento che porta comunque con innegabile classe, mentre, quando parla, il più competente giornalista economico italiano sembra arrivare direttamente dal futuro. Con una visione a 360 gradi e un’idea di come dovrebbe essere l’Italia da qui ai prossimi dieci anni, accompagnato e coadiuvato da una pletora di economisti e professionisti di indubbio valore e di differenti inclinazioni, l’AntiMeeting di Giannino è una giornata all’insegna di un ricco dibattito programmatico. E il programma - chiaro, concreto, possibile e non trattabile – è ciò che ha chiamato a raccolta migliaia di persone difficili da inserire in una unica categoria. Non ci sono solo i delusi del centrodestra; l’argomentazione di Berlusconi secondo cui Fare per Fermare il Declino toglie voti al Pdl è parziale e fuorviante. Ci sono anche molti aspiranti renziani, i delusi di un centrosinistra che ha imposto vecchie idee, vecchia nomenklatura e vecchie alleanze alle ambizioni riformiste di una parte pure non irrilevante del suo elettorato. Ci sono, in una parola, migliaia di persone che a queste elezioni, forse per la prima volta, non avrebbero votato, persone che sarebbero andate ad ingrossare le fila del primo partito italiano, quello degli astenuti.
Ma cos’è che piace tanto del programma di Fare? I numeri, innanzitutto. Quelli che spiegano a quanto ammonti e di cosa sia fatta la spesa pubblica. 800mld di euro - non si stanca di ripetere Giannino - di cui l’apparato burocratico dello Stato consuma il 51%, mentre solo un terzo del rimanente 49% è speso per il welfare (sanità e pensioni). I margini per tagliare gli sprechi, dunque, ci sono, ed anche solo agendo sulle impressionanti e ingiustificate differenze di spesa tra le Regioni per le forniture, per fare un esempio, sanitarie, si otterrebbero risparmi dell’ordine di miliardi. Ma non è solo un’operazione matematica, è un fatto culturale. Il leitmotiv del programma di Fare è un caposaldo del liberalismo classico: fuori la politica dalle attività economiche (banche e fondazioni che le controllano, infarcite di politici, sono solo un esempio), basta alla proliferazione di enti pubblici, società e imprese infiltrate e controllate dalla politica, basta al dirigismo, all’invadenza, all’oppressione statale. E basta imposte. Come ha spiegato anche Francesco Giavazzi in videoconferenza, per tornare a crescere non esiste altra ricetta che più mercato e meno tasse. Ma quali sarebbe possibile e necessario abbassare? Cuneo fiscale e Irap per far ripartire le imprese, tanto per cominciare, e l’introduzione di una novità che Giannino chiama egualitarismo verticale: per favorire l’ingresso di giovani e donne nel mercato del lavoro, si può attuare una tassazione differenziata, da alzare progressivamente con la crescita della capacità contributiva. In questo modo le entrate erariali sarebbero garantite e invariate, seppur spalmate nell’arco della vita lavorativa, mentre il vantaggio sarebbe immediato. Ci sono poi le proposte sulla trasparenza (perché non far sentire via internet i consigli dei ministri?), le privatizzazioni (Rai e non solo) che però, come spiega Carlo Stagnaro, non si possono attuare senza portare prima a termine le liberalizzazioni (energia e trasporti, ad esempio), il rapporto tra Stato e imprese, la famiglia come soggetto tributario, il merito e la concorrenza, la sussidiarietà, il rapporto tra pubblico e privato. Ma il programma di Fare non è solo un manuale di economia. All’AntiMeeting parlano economisti, imprenditori, giornalisti, ricercatori, uomini di scienza e di cultura, candidati, persone comuni. Tutti accomunati dal filo conduttore di una visione liberale della società che nella politica italiana, chiacchiere a parte, non ha mai prevalso; tutti a spiegare che cosa significa, nella vita reale e in termini di costi, l’oppressione burocratica e l’invadenza politica dello Stato. Vale per tutto: giustizia, famiglia, scienza, sanità, società.
A chiudere la giornata lui, il leader insospettabilmente carismatico, che impronta il suo intervento finale su una domanda sostanziale: perché gli indecisi dovrebbero fidarsi di Fare? Oscar Giannino è consapevole della sfiducia e della stanchezza degli elettori nei confronti delle promesse dei partiti, e pensa a qualcosa di concreto per differenziarsi; informa così la platea che il movimento si è dotato di un collegio di garanti esterno, composto da figure di alto livello professionale, che giudicheranno l’operato del partito, per iscritto, una volta l’anno, e lancia due proposte: cambiare la regola costituzionale del mancato vincolo di rappresentanza, che è causa della transumanza dei parlamentari da un partito all’altro, e inserire nel futuro statuto di Fare una norma per la quale, in caso di incoerenza grave di un eletto, tutti gli aderenti del movimento, nel pieno rispetto delle leggi, hanno il diritto di attuare una moral suasion fino al conseguimento della lettera di dimissioni del “traditore”. Una boutade? A giudicare dalla serietà del clima in sala c’è da crederci. Qualcuno ha deciso di fare sul serio.

mercoledì 30 gennaio 2013

Una campagna elettorale... da paura


Girare e parlare con la gente. Facile. Per capire quale sia l’attuale realtà italiana alla vigilia di elezioni politiche delicatissime come quelle del 24 e 25 febbraio, basterebbe entrare in qualche negozio e fare qualche domanda. Sempre che il negozio in questione ci sia ancora. Chiunque può misurare la febbre del paese in questi giorni. Bisogna solo guardarsi intorno. Enormi centri commerciali aperti tre anni fa in pompa magna ridotti a bunker di cemento dove sopravvivono un negozio o due, magari un Mc Donald’s e una caffetteria, con buona pace di investimenti milionari andati in fumo per mancato guadagno, impossibilità di pagare le spese, o perché, più sinteticamente, il gioco non vale la candela. Chiudono persino le pizzerie al taglio, fino a poco tempo fa considerate miniere d’oro, e vendere un’attività - magari per ripianare i debiti contratti con le banche per aprire - in questo momento è semplicemente impossibile. Parola del giovane, nuovo parrucchiere che ha perso il lavoro dopo la chiusura dell’importante salone per il quale lavorava, e si è messo in proprio un paio di mesi fa. Come? Con i soldi di papà, ovviamente, perché la banca credito non ne fa a nessuno, nemmeno a un giovane con oltre dieci anni di lavoro alle spalle e dei risparmi da investire in una propria attività. Niente da fare.
Il dato secondo cui chiudono circa mille imprese al giorno è palpabile, visibile, fisico. E le ragioni di questa “carneficina” sono talmente evidenti da lasciare molto perplessi sulla possibilità di una ripresa nei prossimi mesi. Pesa, su qualsiasi speranza per il futuro prossimo, l’incubo di una campagna elettorale da paura. Nel vero senso della parola. E’ difficile persino districarsi mentalmente nella foresta dell’offerta politica in campo. Da un lato, purtroppo, la storia che si ripete da vent’anni: Berlusconi, la sinistra e le reciproche alleanze; dall’altra, il nuovo che di nuovo non ha più nulla: Monti e la coalizione di centro che lo sostiene. Nuovo in effetti Monti lo era, un anno fa. Per questo le aspettative nei suoi confronti erano enormi, ma buona parte di quel credito si è consumata nella ritrovata credibilità internazionale dell’Italia, che è un merito indiscutibile della persona, oltre che del ruolo e dei rapporti ricoperti e coltivati precedentemente in Europa, mentre il resto è andato in fumo con una discesa (o salita, fate voi) in campo sponsorizzata da due degli elementi più conservatori e meno riformisti di sempre della politica italiana: Fini e Casini. Il primo ancora alla ricerca del suo posto nel mondo, il secondo dedito da almeno sei anni alla tessitura del grande centro, convinto di aver finalmente trovato il cavallo e lo sponsor giusti per varare la nave: Monti e Montezemolo. Sarebbe questa la novità delle prossime elezioni, la società civile che si presta alla politica per il cambiamento, e che per tale nobile scopo è pronta ad allearsi con tutti, come il buon Casini insegna da tempo. Proprio Monti, infatti, che da settimane addossa ora al Pd, ora al Pdl, la responsabilità degli scarsi risultati del suo governo, riferendosi una volta alla mancata volontà della sinistra di portare la riforma del lavoro fino in fondo, un’altra alla paternità della destra dell’odiosa Imu e del cretinissimo redditometro, evitando tuttavia di spiegare perché ci siamo sciroppati un anno di governo tecnico se le decisioni da prendere le aveva già prese il governo precedente, e se il blocco politico e sindacale meno incline alle riforme si è ugualmente imposto, è ora disponibile ad allearsi tanto con il Pd (senza Vendola) quanto con il Pdl (senza Berlusconi). Per fare cosa, poi, una volta arrivati a Palazzo Chigi? Mistero della fede. I contenuti, infatti sono i grandi assenti di tutta la campagna elettorale. Certo, si parla di tasse ed economia, le note più dolenti in questo momento in Italia, ma tutto finisce in vaghe promesse e accuse reciproche. Perché nessuno dei tre leader delle maggiori formazioni politiche è credibile. Non Berlusconi, al quale è lecito chiedere perché dovrebbe realizzare con un nuovo esecutivo quello che non ha fatto nelle precedenti esperienze governative; non Monti, che, nonostante un Parlamento sotto lo scacco dell’emergenza, e un governo esonerato dal giudizio elettorale, ha scelto la strada a tempo determinato dell’impoverimento per il risanamento, ed ora non si capisce perché, con una eventuale maggioranza certamente meno ampia della precedente, dovrebbe prediligere politiche nettamente diverse. Ma anche Bersani è poco credibile. Dopo aver combattuto contro l’unica ventata di riformismo e rinnovamento che si fosse vista in Italia da anni, Matteo Renzi, aver riaffermato il primato della nomenklatura e della tradizione di partito assicurando ai peggiori nemici del sindaco di Firenze l’ennesimo seggio in Parlamento, ed aver scelto l’alleanza alla sinistra del Pd, non si vede proprio in che modo il leader dei democratici potrebbe tenere insieme, in un eventuale governo, le istanze di Sel e della Cgil con la promessa coerenza all’azione del governo Monti e ai vincoli europei. Per non parlare naturalmente di tutto il resto. Quel resto fatto di politica estera, sicurezza, giustizia, società civile, Unione Europea, visione di sé e del proprio ruolo nel mondo. Tutte bazzecole scientemente escluse dal dibattito di una campagna elettorale da paura.

martedì 22 gennaio 2013

L'Europa, questa sconosciuta

Sono trascorsi ventitré anni dalla caduta del Muro di Berlino. Era il 9 novembre 1989, io avevo quindici anni e tante cose su quella storia, sul comunismo e sulla seconda guerra mondiale ancora non le sapevo, ma le sensazioni, la gioia, la bellezza di quel giorno le ricordo benissimo. Un’epoca si chiudeva per sempre e tutto sembrava possibile. L’Occidente, i suoi valori, il suo modello filosofico, giuridico e comportamentale aveva vinto e si sarebbe diffuso senza incontrare ulteriori ostacoli. Avevamo vissuto per decenni sapendo quale fosse il bene e il male, chi fossero gli amici e i nemici, ciò in cui credevamo e ciò che dovevamo combattere. Avevamo delle certezze, delle convinzioni radicate, una certa consapevolezza di noi stessi, ed era paradossalmente tutto più semplice. Era bello sapere da che parte stare potendola anche criticare e contestare; era bella L’Europa che si poteva solo immaginare, era bello avere un sogno da realizzare.
Ora tutto questo è finito. Gli ultimi venti anni di storia mondiale si sono portati via molto più dell’ottimismo - forse superficiale - di chi ha creduto che bastasse sconfiggere il comunismo sovietico per spianare la strada alle conquiste economiche e sociali dell’Occidente. Ora sappiamo che il mercato, da solo, non produce automaticamente democrazia, progresso, diritti, ed abbiamo anzi dovuto imparare che ci si può trasformare in una superpotenza economica quanto politicamente e socialmente arcaica grazie al capitalismo di stato ed ai suoi schiavi. Ora sappiamo che la finanza può benissimo non essere un portato del libero mercato, una proiezione dell’economia reale, ma un mondo astratto con una vita propria e proprie esclusive regole, in grado tuttavia di determinare la bancarotta di interi paesi. Ora sappiamo che una moneta comune non fa di un gruppo di paesi una unione politica di stati, e sappiamo anche che i comunisti erano i migliori nemici che potessimo avere, i più razionali e ragionevoli, gente che governava col terrore ma non avrebbe mai fatto del terrorismo un’arma di distruzione di massa. Ma soprattutto, ora sappiamo che a fare la differenza non è mai l’entità della forza della minaccia che incombe su di noi, quanto la nostra intrinseca debolezza, la manifesta incapacità politica e culturale in cui da tempo è piombato il Vecchio Continente. Perché? Perché non abbiamo saputo portare a compimento un progetto che è stato pensato quando davvero sembrava impossibile, quando le macerie della seconda guerra mondiale fumavano ancora? Quanto corrisponde l’Europa ideata dagli uomini che a pochi anni dalla fine del conflitto hanno saputo stringersi la mano e lasciarsi alle spalle l’odio, il rancore, la vendetta, il dolore - come i giovani italiani, francesi, inglesi e tedeschi che invece di spararsi addosso si ritrovarono insieme a sognare negli ostelli e per le strade delle capitali europee – a quella in cui viviamo oggi?
Troppo poco. Perché quegli uomini e quei giovani volevano molto più di un mercato unico e di una moneta comune. Volevano un insieme di principi e valori universali da rappresentare, diffondere e difendere, e volevano un obiettivo comune, una unione di stati che guardasse nella stessa direzione e costituisse un esempio di civiltà e progresso. Loro appartenevano a quella generazione di statisti che pensavano ed agivano a lungo termine, non solo in prospettiva delle rielezione. E forse il problema è solo questo. Gli uomini. I leader europei che si sono susseguiti alla guida dei propri stati e delle istituzioni dell’Unione da almeno due decenni a questa parte. Se fossero stati all’altezza a quest’ora i cittadini europei avrebbero una Costituzione, un Parlamento democraticamente eletto - e non una Commissione – a fondamento del processo legislativo e decisionale, una Banca centrale legittimata a difendere gli stati membri dagli attacchi della speculazione finanziaria, una politica estera comune e molto altro. 
Invece si ritrovano senza una Carta fondante, ancora praticamente all’oscuro dei meccanismi decisionali delle istituzioni europee, reciprocamente sospettosi sulle responsabilità di determinati stati membri riguardo la crisi e la speculazione finanziaria, impotenti di fronte alla manifesta incapacità dei propri leader di trovare una strada comune per fronteggiare qualsiasi emergenza, da quella economica a quelle internazionali, inesorabilmente divisi dalla rapidità e irrazionalità del processo integrativo con i paesi che fino a vent’anni fa facevano parte del blocco sovietico, e sostanzialmente sfiduciati riguardo il futuro e le prospettive dell’Unione. Bel risultato. Alla cui responsabilità nessuno può sottrarsi. Non la Germania e la Francia, che non hanno voluto rinunciare a primeggiare, economicamente e politicamente, al contempo però disinteressandosi, ad esempio, delle conseguenze inevitabili dell’ingresso indiscriminato di paesi economicamente e socialmente arretrati, salvo poi imporre, oggi che quelle conseguenze si sono materializzate, la loro personale visione di exit strategy. Non certo l’Italia, che ha smaniato per entrare nell’euro tra i primi quando verosimilmente non vi erano ancora le condizioni necessarie per farlo, e non si è preoccupata di attuare le riforme coerenti ai patti e agli accordi firmati in Europa, quelle mancate riforme che oggi avrebbero protetto il nostro debito dalla speculazione e dal disonore. Non certo la Grecia, la Spagna e tutti quei paesi che hanno guardato all’Europa non come un progetto comune alla cui realizzazione contribuire dinamicamente, ma come una manna dal cielo su cui scaricare sprechi e inefficienze interne. 
Nessuno è innocente. E se oggi piangiamo e soffriamo la crisi come non accadeva dalla seconda guerra mondiale, è perché non abbiamo costruito un senso comune dell’essere europeo; perché non condividiamo davvero gli stessi valori, la stessa idea di democrazia, di economia, di progresso, di ruolo nel mondo. Ecco perché non abbiamo una Costituzione e nessuno solleva un problema a riguardo. Perché c’è ancora un lunghissimo lavoro propedeutico per arrivarci, solo che il tempo è tiranno e di grandi uomini in grado di capire, incarnare e animare un nuovo spirito europeo, purtroppo non se ne vedono.

mercoledì 12 dicembre 2012

La cultura della spocchia


Le primarie del Pd sono state una sorta di paradigma dell’Italia. Dalla querelle sulle regole della campagna elettorale dei candidati alle polemiche sulle modalità di voto del secondo turno, c’è mancato poco che al posto dei garanti dovesse intervenire la magistratura, come sempre più spesso accade in un paese in cui la politica non rispecchia affatto il carattere nazionale italiano, ma è piuttosto l’origine e la ragione della diffusione della furbizia e dell’anarchia dentro e fuori il mondo politico ed istituzionale. Eppure, per i tre mesi che sono durate, hanno fatto bene a tutti. Alla politica in generale, che nel suo dibattito aveva ripreso un certo tono; agli italiani, a quelli che si sono entusiasmati e hanno partecipato, come quelli che hanno seguito tutto dalla poltrona di casa con un interesse vivo che non provavano da tempo; e alla sinistra, naturalmente, che – forse per la prima volta – invece di rincorrere gli eventi ha cavalcato l’onda e si gode il risultato. Ci sono momenti topici nella storia di un paese in cui i nodi vengono irrimediabilmente al pettine, e, nel quadro generale attuale dell’Italia, che vede materializzarsi all’improvviso tutti gli errori commessi negli ultimi quarant’anni e ne sta pagando il salatissimo prezzo, il significato delle primarie è stato quello di mettere il paese davanti allo specchio e fare una scelta determinante su ciò che vuole essere in futuro. La cosa peggiore che potrebbe succedere, ora, è che tutto questo finisca nel dimenticatoio. Un timore non proprio campato in aria a giudicare dai discorsi sentiti in questa settimana, che somigliano molto più a quelli della solita vecchia campagna elettorale, piuttosto che alle idee e alle prospettive per il futuro lanciate in questi tre mesi, e di Matteo Renzi, improvvisamente, già non si parla quasi più. Non stupisce certo che i vincitori si affrettino a spazzare via i residui del riformismo spinto renziano, tutti concentrati come sono a mettere in piedi la solita armata Brancaleone per vincere le elezioni senza poi poter governare (con la piccola differenza che questa volta non ci sono margini per scherzare), ma il punto è che nella guerra tra Renzi e il “vecchio” Pd (o il Pd già vecchio) c’era molto più della cosiddetta questione generazionale, molto più della sfida all’apparato tradizionalmente gerarchico e gerontocratico della sinistra comunista e post-comunista. In gioco c’era anche il destino di un germe che ha permeato di sé ogni settore della vita pubblica italiana, per regioni storiche determinate, che trascende completamente la sfida sulla fisionomia del Pd. Si tratta della cultura della spocchia.
La cultura della spocchia è quella regola non scritta, ma rigidamente osservata, per cui i giovani italiani, nella stragrande maggioranza, non possono emergere o raggiungere posti chiave del sistema in modo autonomo, contando esclusivamente sui propri sforzi, la propria competenza e i propri meriti. La politica italiana non ne è, evidentemente, solo la manifestazione più plastica, ma anche e soprattutto la progenitrice che questa cultura l’ha irradiata e lasciata proliferare in tutti i settori e gli ambienti professionali e culturali. Cosa, infatti, di Renzi ha infastidito così profondamente la nomenklatura di partito? Le sue idee? Non proprio rivoluzionarie, possono scandalizzare giusto la Cgil e qualche altra cariatide d’apparato, visto che in quasi tutte le socialdemocrazie europee sono considerate banalità già da anni, se non decenni. E allora cosa? Cosa ha portato sull’orlo di una crisi di nervi gente come Massimo D’Alema o Rosy Bindi? La spocchia, appunto. L’idea, intollerabile, che un giovane sindaco potesse scalare tutti i gradini del partito e bruciare tutte le tappe del successo solo grazie a un meccanismo così maledettamente democratico come le primarie, lo stesso che lo ha portato a governare la città di Firenze, di nuovo, contro il parere della dirigenza. E da quando, in Italia, Vox populi, vox Dei? Quella che Renzi chiama la generazione che ha fallito, e che oggi detiene il potere in Italia, non solo politico, è costituita per lo più da ex sessantottini, quelli del sei politico e della militanza a oltranza; quelli per cui anche andare in bagno era un gesto politico e hanno ottenuto la politicizzazione della scuola, dell’università, della sanità, dell’intellettualità e di tutto il sistema pubblico, con non poche infiltrazioni in quello privato; quelli che oltre alla politica non si sa bene che cosa abbiano fatto; quelli che urlavano slogan di libertà e uguaglianza e hanno creato il sistema dei diritti senza doveri; quelli che si sono mangiati il futuro dei giovani vivendo nettamente al di sopra delle possibilità del paese e che sono diventati qualcuno sapendo aspettare il proprio turno. Questa è la classe dirigente che reagisce con una spocchia assoluta ai tentativi di chicchessia di scalfire tale sistema e tale cultura. In politica come nel mondo accademico e culturale, dove la protervia di tanti professori che hanno combattuto contro i cosiddetti baroni crea una distanza con i giovani studenti spesso incolmabile, e dove la difficoltà di farsi valere spinge tante menti brillanti lontano. Lontano dalla cultura della spocchia e dal suo sistema. Si potrebbero fare esempi in ogni settore, istituzionale, pubblico ed anche privato. Perché la cultura della spocchia è stata interiorizzata a livello nazionale e il risultato è che si è spenta qualsiasi forma di curiosità o interesse per le idee e le potenzialità dei giovani, sulla cui formazione infatti non si investe e non si crede. Fino a quando gli strumenti per farsi una posizione risiederanno nel saper diligentemente attendere il proprio turno, dopo aver coltivato gli ambienti giusti ed essersi messi dietro la persona giusta, l’Italia continuerà ad invecchiare senza crescere ed innovare. Inutile poi lamentarsi.
Certo, mi si potrebbe obiettare che i giovani italiani sono dei bamboccioni. In parte magari è vero, ma è vero soprattutto perché in questi decenni quella stessa classe dirigente ha imposto la cultura dell’abbattimento dell’autorità, in qualsiasi cosa essa si incarnasse, genitorialità compresa. Si è preferito essere fratelli o amici dei propri figli, viziarli, perdonarli sempre, coprirli addirittura. Una strada decisamente più semplice che educare con amore ma con autorevolezza, insegnando la fatica dei valori, dei principi a cui rimanere fedeli anche quando è dura, dei sacrifici che bisogna saper fare per raggiungere i propri obiettivi. Ora però a pagare il prezzo di tutti questi errori ci sono i tanti giovani in gamba di questo paese, molti dei quali ancora alla ricerca del proprio posto all’interno della chiusissima società italiana. Ma chissà che l’antidoto al germe della cultura della spocchia non sia stato seminato.

venerdì 7 dicembre 2012

Intervista a Raphael Israeli


Raphael Israeli, professore di storia dell’Islam, del Medioriente e della Cina all’Università Ebraica di Gerusalemme, non usa mezzi termini ed esordisce così: “La guerra a Gaza, per ora, è finita, ma la principale lezione da imparare dall’intera vicenda è il livello di ipocrisia delle Nazioni Unite”.
Professore, che cosa sta succedendo davvero a Gaza?
“La tregua durerà il tempo necessario ad Hamas per riarmarsi ed essere pronto a lanciare un nuovo attacco. Per anni Israele ha denunciato all’Onu e a tutte le potenze europee che il paese era oggetto del lancio di razzi provenienti da Gaza, ma, dopo aver dichiarato il fatto “inaccettabile”, nessuno si è mosso per impedirlo, mentre questa volta, appena Israele ha reagito per difendersi, il problema è diventato improvvisamente urgente e tutti, dagli Stati Uniti alla Russia all’Egitto allo stesso Ban Ki-moon, si sono prontamente adoperati per fermare il conflitto. Per questo parlo di ipocrisia delle Nazioni Unite. Perché la realtà è che nessuno alzerà mai un dito per la sicurezza di Israele, il quale sarà sempre obbligato a pensarci da solo, anche quando non otterrà l’autorizzazione per farlo. A questa situazione, peraltro, si deve aggiungere il dato di fatto che gli Stati Uniti si stanno alleando con i peggiori regimi fondamentalisti del mondo, quali Egitto, Turchia, Hamas, concedendo loro un grande riconoscimento.
Qual è lo stato d’animo in Israele per il secondo mandato di Obama? Come valuta l’atteggiamento americano riguardo l’offensiva a Gaza?
Penso che Obama alla fine si rivelerà meno negativo e dannoso di quanto gli israeliani temano, perché ha riconosciuto il diritto di Israele a difendersi, e ha bloccato il tentativo dei paesi arabi di ottenere da parte dell’Onu un’aperta condanna nei confronti dello stato ebraico. Ma, dall’altra parte, ha intimato ad Israele di non procedere ad un attacco di terra, e, insieme ai paesi europei e alle Nazioni Unite, ha accresciuto lo status politico di Hamas, indicandolo effettivamente quale successore dell’Autorità Palestinese e di Abu Mazen.
Attualmente la situazione in paesi come Libia ed Egitto è estremamente confusa, il conflitto siriano diventa sempre più cruento e Israele ha appena combattuto una guerra contro Hamas. In che modo pensa evolverà lo scenario mediorientale nel prossimo futuro?
Credo che l’Occidente si illuda ancora che la “Primavera” porterà un processo di democratizzazione nei paesi arabi grazie all’appoggio convinto degli americani, senza capire che nel lungo termine i tiranni saranno rimpiazzati dai fondamentalisti islamici, perché questo è quello che vogliono le masse. Va riconosciuto che il presidente egiziano Mursi, in questa occasione, si è rivelato alquanto pragmatico e pronto a contenere Hamas, ma noi sappiamo che quello che fa non è dettato da un cambio di mentalità, quanto esclusivamente dall’esigenza di ottenere gli aiuti economici statunitensi. La realtà è che il leader egiziano sta continuando a boicottare ogni possibilità di rapporto con Israele, di cui ancora non pronuncia nemmeno il nome.
Ritiene che l’Islam rappresenti davvero un pericolo per l’Occidente?
Basterebbe guardare i simboli e sentire gli slogan che caratterizzano le manifestazioni islamiche in Europa, ascoltare i musulmani proclamare il loro odio per la democrazia, per capire che la loro massiccia presenza nei paesi europei ingrossa una corrente antidemocratica che sta minando il Vecchio Continente. In Medioriente, invece, il timore più grande rappresentato dall’Islam riguarda la potenza nucleare iraniana, la quale, una volta divenuta effettiva, si rivolgerebbe infine contro Israele e contro l’Occidente.