mercoledì 12 dicembre 2012

La cultura della spocchia


Le primarie del Pd sono state una sorta di paradigma dell’Italia. Dalla querelle sulle regole della campagna elettorale dei candidati alle polemiche sulle modalità di voto del secondo turno, c’è mancato poco che al posto dei garanti dovesse intervenire la magistratura, come sempre più spesso accade in un paese in cui la politica non rispecchia affatto il carattere nazionale italiano, ma è piuttosto l’origine e la ragione della diffusione della furbizia e dell’anarchia dentro e fuori il mondo politico ed istituzionale. Eppure, per i tre mesi che sono durate, hanno fatto bene a tutti. Alla politica in generale, che nel suo dibattito aveva ripreso un certo tono; agli italiani, a quelli che si sono entusiasmati e hanno partecipato, come quelli che hanno seguito tutto dalla poltrona di casa con un interesse vivo che non provavano da tempo; e alla sinistra, naturalmente, che – forse per la prima volta – invece di rincorrere gli eventi ha cavalcato l’onda e si gode il risultato. Ci sono momenti topici nella storia di un paese in cui i nodi vengono irrimediabilmente al pettine, e, nel quadro generale attuale dell’Italia, che vede materializzarsi all’improvviso tutti gli errori commessi negli ultimi quarant’anni e ne sta pagando il salatissimo prezzo, il significato delle primarie è stato quello di mettere il paese davanti allo specchio e fare una scelta determinante su ciò che vuole essere in futuro. La cosa peggiore che potrebbe succedere, ora, è che tutto questo finisca nel dimenticatoio. Un timore non proprio campato in aria a giudicare dai discorsi sentiti in questa settimana, che somigliano molto più a quelli della solita vecchia campagna elettorale, piuttosto che alle idee e alle prospettive per il futuro lanciate in questi tre mesi, e di Matteo Renzi, improvvisamente, già non si parla quasi più. Non stupisce certo che i vincitori si affrettino a spazzare via i residui del riformismo spinto renziano, tutti concentrati come sono a mettere in piedi la solita armata Brancaleone per vincere le elezioni senza poi poter governare (con la piccola differenza che questa volta non ci sono margini per scherzare), ma il punto è che nella guerra tra Renzi e il “vecchio” Pd (o il Pd già vecchio) c’era molto più della cosiddetta questione generazionale, molto più della sfida all’apparato tradizionalmente gerarchico e gerontocratico della sinistra comunista e post-comunista. In gioco c’era anche il destino di un germe che ha permeato di sé ogni settore della vita pubblica italiana, per regioni storiche determinate, che trascende completamente la sfida sulla fisionomia del Pd. Si tratta della cultura della spocchia.
La cultura della spocchia è quella regola non scritta, ma rigidamente osservata, per cui i giovani italiani, nella stragrande maggioranza, non possono emergere o raggiungere posti chiave del sistema in modo autonomo, contando esclusivamente sui propri sforzi, la propria competenza e i propri meriti. La politica italiana non ne è, evidentemente, solo la manifestazione più plastica, ma anche e soprattutto la progenitrice che questa cultura l’ha irradiata e lasciata proliferare in tutti i settori e gli ambienti professionali e culturali. Cosa, infatti, di Renzi ha infastidito così profondamente la nomenklatura di partito? Le sue idee? Non proprio rivoluzionarie, possono scandalizzare giusto la Cgil e qualche altra cariatide d’apparato, visto che in quasi tutte le socialdemocrazie europee sono considerate banalità già da anni, se non decenni. E allora cosa? Cosa ha portato sull’orlo di una crisi di nervi gente come Massimo D’Alema o Rosy Bindi? La spocchia, appunto. L’idea, intollerabile, che un giovane sindaco potesse scalare tutti i gradini del partito e bruciare tutte le tappe del successo solo grazie a un meccanismo così maledettamente democratico come le primarie, lo stesso che lo ha portato a governare la città di Firenze, di nuovo, contro il parere della dirigenza. E da quando, in Italia, Vox populi, vox Dei? Quella che Renzi chiama la generazione che ha fallito, e che oggi detiene il potere in Italia, non solo politico, è costituita per lo più da ex sessantottini, quelli del sei politico e della militanza a oltranza; quelli per cui anche andare in bagno era un gesto politico e hanno ottenuto la politicizzazione della scuola, dell’università, della sanità, dell’intellettualità e di tutto il sistema pubblico, con non poche infiltrazioni in quello privato; quelli che oltre alla politica non si sa bene che cosa abbiano fatto; quelli che urlavano slogan di libertà e uguaglianza e hanno creato il sistema dei diritti senza doveri; quelli che si sono mangiati il futuro dei giovani vivendo nettamente al di sopra delle possibilità del paese e che sono diventati qualcuno sapendo aspettare il proprio turno. Questa è la classe dirigente che reagisce con una spocchia assoluta ai tentativi di chicchessia di scalfire tale sistema e tale cultura. In politica come nel mondo accademico e culturale, dove la protervia di tanti professori che hanno combattuto contro i cosiddetti baroni crea una distanza con i giovani studenti spesso incolmabile, e dove la difficoltà di farsi valere spinge tante menti brillanti lontano. Lontano dalla cultura della spocchia e dal suo sistema. Si potrebbero fare esempi in ogni settore, istituzionale, pubblico ed anche privato. Perché la cultura della spocchia è stata interiorizzata a livello nazionale e il risultato è che si è spenta qualsiasi forma di curiosità o interesse per le idee e le potenzialità dei giovani, sulla cui formazione infatti non si investe e non si crede. Fino a quando gli strumenti per farsi una posizione risiederanno nel saper diligentemente attendere il proprio turno, dopo aver coltivato gli ambienti giusti ed essersi messi dietro la persona giusta, l’Italia continuerà ad invecchiare senza crescere ed innovare. Inutile poi lamentarsi.
Certo, mi si potrebbe obiettare che i giovani italiani sono dei bamboccioni. In parte magari è vero, ma è vero soprattutto perché in questi decenni quella stessa classe dirigente ha imposto la cultura dell’abbattimento dell’autorità, in qualsiasi cosa essa si incarnasse, genitorialità compresa. Si è preferito essere fratelli o amici dei propri figli, viziarli, perdonarli sempre, coprirli addirittura. Una strada decisamente più semplice che educare con amore ma con autorevolezza, insegnando la fatica dei valori, dei principi a cui rimanere fedeli anche quando è dura, dei sacrifici che bisogna saper fare per raggiungere i propri obiettivi. Ora però a pagare il prezzo di tutti questi errori ci sono i tanti giovani in gamba di questo paese, molti dei quali ancora alla ricerca del proprio posto all’interno della chiusissima società italiana. Ma chissà che l’antidoto al germe della cultura della spocchia non sia stato seminato.

venerdì 7 dicembre 2012

Intervista a Raphael Israeli


Raphael Israeli, professore di storia dell’Islam, del Medioriente e della Cina all’Università Ebraica di Gerusalemme, non usa mezzi termini ed esordisce così: “La guerra a Gaza, per ora, è finita, ma la principale lezione da imparare dall’intera vicenda è il livello di ipocrisia delle Nazioni Unite”.
Professore, che cosa sta succedendo davvero a Gaza?
“La tregua durerà il tempo necessario ad Hamas per riarmarsi ed essere pronto a lanciare un nuovo attacco. Per anni Israele ha denunciato all’Onu e a tutte le potenze europee che il paese era oggetto del lancio di razzi provenienti da Gaza, ma, dopo aver dichiarato il fatto “inaccettabile”, nessuno si è mosso per impedirlo, mentre questa volta, appena Israele ha reagito per difendersi, il problema è diventato improvvisamente urgente e tutti, dagli Stati Uniti alla Russia all’Egitto allo stesso Ban Ki-moon, si sono prontamente adoperati per fermare il conflitto. Per questo parlo di ipocrisia delle Nazioni Unite. Perché la realtà è che nessuno alzerà mai un dito per la sicurezza di Israele, il quale sarà sempre obbligato a pensarci da solo, anche quando non otterrà l’autorizzazione per farlo. A questa situazione, peraltro, si deve aggiungere il dato di fatto che gli Stati Uniti si stanno alleando con i peggiori regimi fondamentalisti del mondo, quali Egitto, Turchia, Hamas, concedendo loro un grande riconoscimento.
Qual è lo stato d’animo in Israele per il secondo mandato di Obama? Come valuta l’atteggiamento americano riguardo l’offensiva a Gaza?
Penso che Obama alla fine si rivelerà meno negativo e dannoso di quanto gli israeliani temano, perché ha riconosciuto il diritto di Israele a difendersi, e ha bloccato il tentativo dei paesi arabi di ottenere da parte dell’Onu un’aperta condanna nei confronti dello stato ebraico. Ma, dall’altra parte, ha intimato ad Israele di non procedere ad un attacco di terra, e, insieme ai paesi europei e alle Nazioni Unite, ha accresciuto lo status politico di Hamas, indicandolo effettivamente quale successore dell’Autorità Palestinese e di Abu Mazen.
Attualmente la situazione in paesi come Libia ed Egitto è estremamente confusa, il conflitto siriano diventa sempre più cruento e Israele ha appena combattuto una guerra contro Hamas. In che modo pensa evolverà lo scenario mediorientale nel prossimo futuro?
Credo che l’Occidente si illuda ancora che la “Primavera” porterà un processo di democratizzazione nei paesi arabi grazie all’appoggio convinto degli americani, senza capire che nel lungo termine i tiranni saranno rimpiazzati dai fondamentalisti islamici, perché questo è quello che vogliono le masse. Va riconosciuto che il presidente egiziano Mursi, in questa occasione, si è rivelato alquanto pragmatico e pronto a contenere Hamas, ma noi sappiamo che quello che fa non è dettato da un cambio di mentalità, quanto esclusivamente dall’esigenza di ottenere gli aiuti economici statunitensi. La realtà è che il leader egiziano sta continuando a boicottare ogni possibilità di rapporto con Israele, di cui ancora non pronuncia nemmeno il nome.
Ritiene che l’Islam rappresenti davvero un pericolo per l’Occidente?
Basterebbe guardare i simboli e sentire gli slogan che caratterizzano le manifestazioni islamiche in Europa, ascoltare i musulmani proclamare il loro odio per la democrazia, per capire che la loro massiccia presenza nei paesi europei ingrossa una corrente antidemocratica che sta minando il Vecchio Continente. In Medioriente, invece, il timore più grande rappresentato dall’Islam riguarda la potenza nucleare iraniana, la quale, una volta divenuta effettiva, si rivolgerebbe infine contro Israele e contro l’Occidente.

sabato 20 ottobre 2012

L'ipoteca sulle primarie del Pd


Siamo fatti. Se, fino a pochi giorni fa, nel caos assoluto che regna sovrano nella politica e nei partiti italiani, le primarie del Pd rappresentavano un barlume di speranza, un appiglio psicologico, un antidolorifico mentale anche per gli elettori delusi del centrodestra, ora la realtà torna prepotente a picchiare in piena faccia.
Il confronto tra Renzi e Bersani poteva rappresentare qualcosa di determinante nell’attuale fase politica; non solo una grande prova democratica cui il partito meno incline – per bagaglio storico e culturale – a questo tipo di giudizio popolare aveva deciso di sottoporsi, bruciando nei tempi e nei modi il deserto di idee e di uomini cui è ridotto il Pdl, ma anche un esperimento concreto dal quale partire per ripensare la legge elettorale e l’architettura parlamentare. Insomma, un regalo di cui questo paese aveva veramente bisogno. Una chimera inseguita fino a quando abbiamo creduto, o ci siamo voluti illudere, che le primarie del Partito democratico, per la prima volta, sarebbero state effettivamente aperte, autentiche. E d’altronde i presupposti per crederci non mancavano. Quando mai, nella sinistra italiana, si era visto un “ragazzino”, un outsider, sfidare la nomenklatura del partito – gente cresciuta alla scuola politica e umana del Pci – riempire le sale parlando di rottamazione, di ricambio generazionale, di mercato, lavoro ed economia in termini liberali? E quando mai si era visto il partito incassare con una certa nonchalance, accettare la sfida e dichiarare aperta la partita? Per un attimo è sembrato persino che la scommessa di Veltroni, quel padre del partito democratico immediatamente punito e messo da parte per aver creduto in una definitiva svolta socialdemocratica dei resti del Pci - oltre che per essersi illuso di poterla attuare con l’aiuto degli integralisti cattolici della Margherita – potesse concretizzarsi proprio quando il restante quadro politico andava disintegrandosi.
Invece no. Una mattina i dirigenti del Pd si sono svegliati e hanno fatto due conti, accorgendosi che Renzi, le maledette primarie, poteva vincerle per davvero. Panico. E’ scattato il delirio. Perché che il sindaco di Firenze potesse minacciare veramente la leadership di Bersani - e non solo - non ci avevano creduto nemmeno per un minuto. Era tutta una farsa. Le primarie, secondo loro, dovevano andare come le volte precedenti: tutto chiaro pronto e stabilito, nome cognome e ruolo. Senza sorprese e senza stress per le enormi aspettative che la loro falsa bonomia aveva creato nell’intero corpo elettorale italiano. Bisognava correre ai ripari, e poche mattine dopo ci siamo svegliati noi con l’improvvisa candidatura di Vendola e la mega assemblea per stabilire le regole delle primarie. Quelle nuove, perché le vecchie, all’improvviso, non andavano più bene. Lo si è fatto, è stato detto, per permettere a Renzi di candidarsi (il che già dovrebbe far riflettere sulla liberalità dello statuto del Pd), e sarà certamente per questo che è stato proposto e votato (pare) il doppio turno e l’impossibilità per chi non si è registrato al primo di votare al secondo. E di sicuro non è stato fatto per disincentivare la votazione dei potenziali elettori di altri partiti, e men che meno per fare in modo che Bersani e Vendola, al secondo turno, si uniscano per vincere inesorabilmente. Con la stessa ottica, non è per questa eventuale alleanza che il segretario del Pd e il leader di Sel hanno firmato una carta d’intenti, per il futuro governo, che è una dismissione oggettiva dell’operato del governo Monti e una presa di distanza totale dalla visione renziana dei problemi del paese. Ma poi, è davvero così? Perché in realtà nessuno, finora, ha capito veramente con quali regole si andrà a votare alle primarie. Nel caos generale quello che era uno spiraglio è diventato una nebulosa dalla quale nemmeno i dirigenti del partito stesso riescono ad uscire. Il documento firmato all’assemblea non è chiaro, è suscettibile di diverse interpretazioni e il risultato è che i giorni passano in trattative serrate quanto segrete. Sembra una barzelletta invece è un fatto storico.
Perché vedere in un servizio televisivo un signore che spiega al giornalista, senza alcuna reticenza, che tutti i settori sindacali della Cgil voteranno in blocco per Bersani, significa che la militarizzazione partitica e sindacale dei tempi del Pci resiste al tempo e agli uomini. E che gli uomini non hanno alcuna intenzione, al di là delle apparenze e dei cambi di nome e simbolo, di intaccarlo. Anzi. Sono impazziti proprio quando hanno capito che la struttura rischiava di essere minata sul serio da un “pazzo” che si è messo a dire che devono andare tutti a casa, e hanno fatto quadrato. Una volta certi eccessi di zelo venivano puniti con metodi draconiani, oggi bastano Vendola e le regole delle primarie, ma la sostanza non è cambiata, e il nodo della questione è tutto qua.
Resta il fatto che Renzi ha rotto il recinto e i buoi, impazziti, sono usciti. Veltroni, che ha saputo aspettare con calma e sangue freddo per quattro anni, si è preso la sua rivincita annunciando di non ricandidarsi, uscendo così a testa alta dal Parlamento e bruciando sul tempo e lo stile tutti i suoi colleghi; tanto di cappello. Mentre d’Alema, il cinico, affettato e sprezzante d’Alema, ha perso la testa e ha dichiarato guerra a Renzi perché non accetta che questo ragazzino impudente possa davvero obbligare la classe dirigente del Pd, quella che a suo tempo ha saputo aspettare il proprio turno con due piedi in una scarpa, ad andare a casa in massa, e gli altri, sostanzialmente, non sanno che pesci prendere. Uno scompiglio totale. Il destino del Pd, ma anche, per molti aspetti, dell’Italia intera, ora, è nelle mani degli elettori democratici che voteranno alle primarie. Sapremo così, una volta per tutte, se per la prima volta nella storia italiana l’elettorato di sinistra sarà più moderno e riformista della sua classe dirigente, oppure se dal caos attuale passeremo direttamente al disastro annunciato delle prossime elezioni.

domenica 14 ottobre 2012

La crisi ai tempi dei socialnetwork



Ci vogliono le spalle larghe per sopportare l’annichilimento mediatico che piove ogni giorno da giornali, tv, radio, internet e social network. Crisi economica, spread altalenante, paesi in bilico, l’intera Europa che barcolla, violenza e criminalità che aumentano in modo direttamente proporzionale all’impoverimento generale e all’incertezza imperante, l’estremismo islamico che uccide, si allarga a macchia d’olio e lavora per conquistare tutto il confine meridionale europeo nel silenzio e nel disinteresse generali, l’antisemitismo che riesplode nel cuore dell’Europa, la Siria che tortura e massacra i suoi bambini, l’Iran che gioca indisturbata al piccolo chimico con buona probabilità di essere presto in grado di cambiare drasticamente la cartina geografica del Medioriente, e molto, molto altro.
In mezzo a questa bufera quelli che riescono a tenere la testa fuori dall’acqua sono i giornalisti, che si cibano dello stesso veleno che distribuiscono con una certa estraneità, come i medici che a forza di vederne di tutti i colori smettono di immedesimarsi e impietosirsi. Bisogna pur sopravvivere. So bene che per il giornalista la priorità è la notizia, la rassegna stampa, sapere, scrivere, ragionare. In una parola, lavorare. Sì, ma oggi non mi va di lavorare. Oggi mi prendo una pausa e vesto i panni dell’altra me: la cittadina, la donna, la madre, la moglie, la persona che combatte la battaglia quotidiana per la vita, una battaglia che si è fatta sempre più difficile e che è scandita da domande oramai divenute ossessive: ce la faremo anche questo mese? L’euro sopravviverà? Siamo in grado di pagare tutto? I conti sono in ordine? I documenti fiscali sono a posto? Questa medicina sarà prescrivibile? Possiamo permetterci questa visita urgente? Ci saranno prodotti in offerta al supermercato? Questo lavoro me lo pagheranno? Quanto costa la benzina oggi? Prendo la macchina o vado a piedi? Quale scuola per nostro figlio? Ce la facciamo a fargli fare un’attività extrascolastica? Come pagheremo il mutuo se la crisi peggiorerà? Che faremo se dovessimo ammalarci? Dormirò stanotte?
No, penso di no. Meglio prendere le gocce. È così che il cittadino subisce sulla propria pelle una realtà su cui ha un potere limitato, come le notizie di cui giornalisti e commentatori parlano e dibattono in tv e sulla carta stampata, spesso con il distacco di chi sta comunque dall’altra parte della barricata, anche se poi, di fatto, non è così. Perché, con le dovute proporzioni, nei guai fino al collo ci stiamo tutti e la rabbia si diffonde in modo assolutamente democratico: senza distinzione di classe, ceto, reddito. Ma, d’altronde, come si fa a rimanere calmi con gli scandali che travolgono l’Italia da nord a sud, i partiti che si disfano, le faide interne, le scaramucce tra rappresentanti del vecchio establishment (incollati alla propria inutile superbia) e giovani rampanti non sempre sufficientemente concreti, per non parlare dei terzi incomodi che festeggiano la vittoria di Chavez sperando di riportare indietro le lancette della storia di un paio di secoli? Come si fa a non scoraggiarsi di fronte ad una politica che continua a non vedere oltre il proprio naso, isterica tra le pastoie di una legge elettorale che non si sa se riuscirà mai a partorire, e il fuggi fuggi generale di chi, in vista delle elezioni, smania per lasciare incarichi subalterni e puntare dritto al Parlamento?
È in questo quadro generale che il governo si riunisce fino a notte tarda per varare una serie di provvedimenti. Per la crescita, pensano tutti. Sbagliato. Spiccano, tra le decisioni prese, il taglio di un punto percentuale dell’Irpef per i redditi fino a 28mila euro, l’aumento dell’Iva e i tagli della nuova spending review: 600mila euro nel settore sanità e l’operazione “cieli bui”. Quest’ultima, in particolare, sembra un effettivo incentivo agli unici settori che non soffrono la crisi: criminalità e psicoanalisi. Più oscurità per tutti. Anche la minaccia di un ulteriore taglio alla sanità  dà da tremare. Essendo arcinoto che il buco nero del settore è determinato dagli sprechi e dalla malagestione, sarebbe forse opportuno concentrarsi sulla trasparenza della spesa e il controllo della dirigenza, o altrimenti farsi una passeggiata per i reparti e parlare con qualche capoinfermiere. Per scoprire che ogni singola benda viene protetta sottochiave per evitare che finisca in un altro reparto in cui mancano perché “rubate” da un altro reparto ancora e così via. Le fasce come qualsiasi altra cosa.
Spariscono persino le fotografie, quelle che testimoniano il percorso di guarigione, magari, di una ferita da decubito o da diabete e che vengono usate a scopo didattico. E l’Iva? Compensata dal taglio dell’Irpef? Nemmeno per idea. Perché l’aumento si cumula. Non solo all’aumento di un punto percentuale già effettuato dal governo Monti all’inizio del mandato, ma ai rincari determinati in ogni singolo settore. Col risultato che il prezzo del prodotto finale e’ fissato dall’insieme degli aumenti della benzina, dell’elettricità, del trasporto, delle materie prime... Con tutto ciò che ne deriva in termini di produttività, occupazione, reddito. Una rovina. Ma, per tirarmi su, posso sempre ricordare a me stessa che c’è la concreta possibilità che fra un paio di mesi l’Iran abbia messo a punto la bomba atomica, e che tutti questi problemi si trasformeranno, improvvisamente, in chiacchiere da cortile.

martedì 2 ottobre 2012

Il bisogno di sana e robusta Costituzione


La storia non perdona e prima o poi presenta il conto. E il senso profondo del momento storico che l’Italia sta vivendo è tutto in questo debito. E’ come se, dopo averlo tenuto chiuso a forza per decenni, il vaso di Pandora fosse imploso lasciando fuoriuscire tutti i mali italiani, tutti insieme: corruzione, immoralità, criminalità, inettitudine, inefficienza, malagiustizia, malasanità, crisi economica. Nulla si salva e tutto contribuisce ad impedire che un paese già molto in bilico possa veramente risollevarsi. Il posto d’onore, in questa graduatoria del male, spetta alla politica, ai partiti, ai rappresentanti delle istituzioni, a coloro che - nell’arco di vita del governo tecnico presieduto da Mario Monti - hanno saputo opporre alla sfiducia, alla disperazione e ai sacrifici degli italiani, scandali, festini, spese folli, facce da maiali, abiti da ancelle e triclini del degrado. Perché più di questo, della civiltà greco-romana, non sanno e non hanno mai capito.
E’ chiaro a tutti, ormai, che è stato di molto superato il limite della sopportazione, e che alla rabbia degli italiani manca solo un buon vettore per esplodere, ma a questo clima la politica risponde con una superbia e un’arroganza che lasciano esterrefatti. Perché? Forse perché sa che la libertà delle decisioni che prende, anche quelle più indecenti, è sancita, ebbene sì, dalla Costituzione. O, per meglio dire, dagli articoli relativi ai poteri e all’organizzazione dello Stato, che garantiscono ai parlamentari di potersi autodeterminare lo stipendio senza che un governo Monti qualsiasi possa intervenire; permettono alle regioni di costituire gruppi composti da un solo consigliere e di aumentarsi a dismisura i rimborsi elettorali senza che il governo possa impedirlo, e sono fonte diretta dell’ingovernabilità italiana e origine della sproporzione tra il potere partitocratico e quello elettorale, cioè tra la politica e i cittadini. Certo, nessuno di questi abusi di potere è stabilito dalla Costituzione, sono tutti figli di un uso della Carta magari diabolico, sì, ma pur sempre legale. Perché il problema è l’autoreferenzialità, la vaghezza e l’ampiezza dei margini d’azione riservati alla classe politica senza che il contrappeso del voto possa scalfire un sistema costruito non tanto sulle direttive costituzionali, quanto su ciò che la Costituzione non vieta.
E’ così che una classe dirigente esentata dal controllo popolare (il voto cambia maggioranze e alleanze, ma, potendosi rivolgere solo a queste per l’attuazione di riforme che limitino il loro stesso potere e la loro discrezionalità, non ottiene mai i cambiamenti sperati, nemmeno con l’arma dei referendum abrogativi, i cui risultati vengono sistematicamente ignorati o aggirati) ha approfittato degli ampi spazi di manovra riservatele da una Costituzione che rispecchiava le paure dell’autoritarismo fascista, e i reciproci pregiudizi della guerra fredda, per costruire una torre eburnea, intoccabile, di potere e privilegi. E’ per questo che, di fronte agli scandali che la colpisce, si giustifica sostenendo che la legge, purtroppo, lo consente; è per questo che ogni tentativo di riforma che incida profondamente nella vita pubblica viene bollato come un attacco alla Costituzione, al cuore della democrazia, ed è per questo che andare a votare tra cinque o sei mesi servirà solo a costituire l’ennesima accozzaglia governativa a breve termine, l’ultima cosa di cui l’Italia ha bisogno.
Certo, qualcosa si muove. Ci sono fenomeni come Matteo Renzi o Fermare il declino, interessanti non solo per lo scombussolamento che intendono provocare nel quadro politico, ma anche e soprattutto per il tipo di istanze di cui si fanno portavoce. Riforme che vanno oltre gli schemi ideologici, tipiche di tutte le democrazie liberali occidentali, che in Italia non sono mai state portate a termine per tre ragioni: esasperazione del conflitto politico, scarsa determinazione, ingovernabilità. Un fallimento aggravato dalla cecità di chi si ostina a non vedere le proprie colpe e a non proporre soluzioni credibili. Nessuno che si alzi in piedi e abbia il coraggio di dire che l’unico voto utile, dopo Monti, sarebbe quello per eleggere una nuova assemblea costituente. Perché se il paese va cambiato profondamente, come sostengono tutti, non basta sperare che un nuovo esecutivo riesca laddove si è fallito per vent’anni; è necessario dotarlo degli strumenti necessari. La Costituzione, nella parte dei principi fondanti la repubblica, è un paradigma non soltanto da salvaguardare, ma anche da inverare. E’ straordinario come nessuno si scandalizzi per la frequenza con cui i suoi pronunciamenti siano disattesi, mentre ogni proposta di modifica è sentita come una attacco alla vita democratica del paese. Non è così. Un paese nazionalista e orgoglioso come la Francia ha cambiato la propria carta costituzionale cinque volte senza calpestare i principi di fondo che l’avevano ispirata. Perché noi no? Perché non ora che il momento storico è favorevole? Potremmo ancora averla una Costituzione che salvaguardi il decentramento impedendo la costituzione di venti miniparlamenti con relativi poteri, sprechi e spartizioni; che superi il bicameralismo perfetto, che garantisca la governabilità, che ponga limiti alla fame dei partiti e della politica, all’autoreferenzialità, all’eccesso di discrezionalità politica e giudiziaria, che garantisca effettivi poteri di controllo agli organi che pure sono stati pensati per questo scopo, e che ristabilisca un equilibrio nel rapporto tra stato e cittadino. Potremmo. Ma prima, temo, dobbiamo trovare un modo civile e democratico per spazzare via l’attuale classe dirigente.

mercoledì 26 settembre 2012

L'Occidente spiana la strada agli integralisti


Primavera araba potrebbe essere il nome di un drink. Uno di quelli forti, che si beve ad occhi chiusi per non pensarci più. Solo che poi il risveglio è durissimo. C’è molto su cui riflettere. Ci sono tutti i nodi che l’Occidente si è rifiutato di affrontare e che ora vengono furiosamente al pettine. Sgombrato il campo dalla falsa idea che un film semi-sconosciuto, per quanto deplorevole, possa aver scatenato l’ondata di violenza che è costata la vita all’ambasciatore Stevens e ad altri innocenti (ma anche se si fosse trattato davvero di una reazione spontanea alla diffusione della pellicola ritenuta blasfema, non dovremmo porci qualche domanda?), quello che alcuni analisti chiamano risveglio arabo è l’ovvia conseguenza del vuoto di potere creatosi dopo la caduta dei vecchi regimi in Egitto, Tunisia e Libia. Magari era proprio nel timore di scenari come questi che qualcuno aveva manifestato qualche perplessità sull’opportunità di intervenire militarmente contro Gheddafi, sentendosi accusare di simpatie filo-tiranniche e opportunismo economico, mentre i dubbi su una guerra che ha cambiato il destino della Libia erano più che giustificati, anche per le modalità con cui è stata decisa e condotta: la Francia ha lanciato l’idea, l’Europa si è accodata, l’America ha fatto il minimo indispensabile, l’opposizione della Russia è stata facilmente aggirata, l’opinione pubblica non ha obiettato più che tanto, e il pacifismo d’ordinanza non si è fatto né vedere né sentire. Un ottimo ritorno d’immagine (l’Occidente che si muove per sostenere il popolo libico nella cacciata del suo odioso dittatore) con relativo poco sforzo. Tutto bene, dunque? Proprio no. Perché la fine di Gheddafi e il sostegno incondizionato ai giovani protagonisti della primavera araba avevano un significato e un valore che è stato totalmente rinnegato all’alba delle rivolte in Siria. L’Occidente che si illude di poter intervenire a seconda delle circostanze e senza prendersi la responsabilità delle conseguenze delle sue azioni – materiali e morali – è lo stesso che è caduto dal letto la mattina dell’assalto al consolato americano di Bengasi e dell’uccisione dell’ambasciatore Chris Stevens.
E’ stato il totale disimpegno americano ed europeo per la repressione e la distruzione di intere città e popolazioni siriane a creare le condizioni per l’esplosione di violenza che sta infiammando i paesi arabi. Perché il messaggio è stato chiaro: l’Occidente si è schierato a favore di un non meglio specificato processo di democratizzazione, ha armato i ribelli ed è intervenuto militarmente senza preoccuparsi di gestire il passaggio dalla guerra civile ad un nuovo ordinamento. Caduti i vecchi dittatori, succeda quel che succeda. E infatti è successo. Illusasi, forse, di poter contare sul sostegno occidentale, la rivolta si è estesa fino in Siria, dove si è arrestata non tanto a causa della repressione, quanto dell’indifferenza e del realismo pavido di un’America alle prese con la campagna elettorale per le presidenziali, e di un’Europa che senza le alzate di scudi della Francia di Sarkozy non sarebbe andata nemmeno in Libia (non è curioso che Obama punti sull’immobilismo per essere rieletto mentre l’ex presidente francese abbia tentato la carta della guerra a scopo umanitario per lo stesso motivo?).
Quello che resta, è la definitiva presa di coscienza da parte degli integralisti della capacità dissuasiva dell’Iran. I suoi alleati, Siria in primis, non si toccano; Hezbollah, in Libano e nella striscia di Gaza, si fa ogni giorno più minaccioso e aggressivo nei confronti di un Israele sempre più odiato, isolato e circondato, ed anche quando gli Stati Uniti vengono attaccati durissimamente con un’azione chiaramente premeditata e preparata per mesi, non a caso perpetrata nei giorni dell’anniversario dell’11 settembre, l’Occidente non trova di meglio che scagliarsi contro le presunte responsabilità di un film semi-ignoto spingendosi, per voce di qualche intellettuale europeo, ad ipotizzare l’istituzione di una nuova fattispecie di reato che punisca il presunto vilipendio al sentimento religioso islamico. E il governo americano arriva persino a scusarsi mentre le sue bandiere bruciano e le sue ambasciate vengono assaltate. Certo, Obama - il presidente meno incline alla politica estera della storia americana - ha promesso di dare la caccia e punire i responsabili della morte di Chris Stevens e dei suoi collaboratori, ha mosso uomini e mezzi, ma mostrare i muscoli e chiedere scusa è una contraddizione che non risolverà nulla. Volenti o nolenti abbiamo spianato la strada alla presa di potere degli estremisti in Libia ed Egitto mostrandoci superficiali, pavidi, inetti. Il risultato è l’esplosione di una bomba ad orologeria i cui danni non sono attualmente calcolabili e le cui conseguenze sono indecifrabili. Quel che è certo, è che i ribelli siriani che abbiamo abbandonato al proprio destino li piangeremo per molto tempo.

mercoledì 25 luglio 2012

La resa dell'Occidente all'Islam


Quando l’Europa deciderà di aprire gli occhi, e di guardare ad Israele come ad un baluardo fondamentale dell’Occidente, presumibilmente sarà troppo tardi. Perché il problema non è tanto l’Iran o Hezbollah; è la mancata integrazione politica, il grigiore culturale, l’appiattimento ideologico, l’assenza di prospettive a lungo termine. Cose che minano, rischiando di distruggere definitivamente, le fragili fondamenta di un continente dalla storia plurimillenaria. La crisi economica sta dimostrando ogni giorno, e molto duramente, dove ci abbia portato una visione troppo superficiale e disinvolta dell’unificazione europea, che ha dato alla UE un cospicuo numero di membri, una grande estensione territoriale, milioni di abitanti e un immenso mercato interno, senza riuscire tuttavia ad esprimere un documento fondamentale di condivisione di valori e finalità, un Parlamento titolare di poteri decisionali, una politica estera comune, una concezione analoga della sicurezza territoriale, una strategia condivisa contro il terrorismo, la criminalità, l’immigrazione clandestina, la speculazione finanziaria. Nemmeno una banca che stampi moneta. E lo spread è come l’antisemitismo: interessato fino ad un certo punto a quello che fanno i singoli paesi, e sensibilissimo all’immagine che l’Europa è in grado di dare di sé in quanto insieme di paesi che condividono metodi e obiettivi. Economici, in un caso, politici e morali, nell’altro.
Si può ragionare a lungo sul fatto che i paesi europei geograficamente più vicini al Medioriente si prestino maggiormente come base logistica e operativa agli attentati terroristici, ma il punto non è questo. Burgas è un luogo facile e simbolico (in quanto località turistica) da colpire, certo, ma in questi ultimi mesi il susseguirsi di attacchi agli ebrei (perché solo di questo si tratta), è stato regolarmente accompagnato da una sottostima della matrice antisemita e del campanello d’allarme di una escalation preoccupante. Bisogna ricordarsi che in Europa l’antisemitismo non è mai stato superato, che sulle ceneri del vecchio si cumula e sedimenta quello d’importazione dei nuovi cittadini europei, e che il sentimento antiebraico è una panacea consolidata per tutte le frustrazioni da guerre e crisi economiche; non c’è dramma planetario che non venga in qualche misura attribuito allo zampino del sionismo mondiale.
Di fronte a queste realtà, che oggi si ripresentano nella forma più aggressiva, l’Europa rifiuta di vaccinarsi e tutelarsi. Come nel campo economico e finanziario, ogni paese va per conto suo, sia sotto il profilo della sicurezza che dei rapporti con Israele, e i risultati variano dai boicottaggi economici e culturali alle frontiere colabrodo per i terroristi. L’unica cosa su cui tutti sembrano d’accordo è la negazione del minuto di silenzio ai giochi olimpici di Londra in ricordo del quarantesimo anniversario della strage di Monaco ’72. Ma qualunque difesa è vana se in Svezia basta sposare un nativo per ottenere la cittadinanza; se la Bulgaria, che è storicamente abbastanza immune all’antisemitismo, non sente la necessità di controllare chi entra e chi esce dai propri confini; se la Francia preferisce attribuire la strage di Tolosa a un pazzo piuttosto che ammettere di essere uno dei paesi in cui l’antisemitismo è maggiormente radicato e diffuso; se l’Europa intera non avverte la minaccia alla propria sopravvivenza di una politica di accoglienza imbelle e indiscriminata. Il kamikaze di Burgas non ha ancora un nome, ma il governo si affretta a dichiarare senza riserve che non si tratta di un cittadino bulgaro, e la Svezia nega che possa essere un proprio connazionale di origini algerine uscito da Guantanamo nel 2004. Ma per ora non c’è alcuna certezza e le indagini proseguono. A prescindere da chi ci sia dietro l’attentato in Bulgaria, e dal perché sia stato attuato, il dato che deve far riflettere è quello che Raphael Israeli - professore di storia dell’Islam, del Medioriente e della Cina all’Università Ebraica di Gerusalemme - chiama incompatibilità tra Islam ed Europa, e quello che ne consegue. Due aneddoti vissuti e raccontati recentemente dallo stesso Israeli: nella cittadina svedese Malmo, su 300mila abitanti un terzo è musulmano e molti svedesi si sentono stranieri a casa propria, e forse lo sono, se un residente commerciante islamico ha sostenuto senza ombra di perplessità che, nonostante in Svezia si viva bene, i musulmani non ne possono accettare la bandiera in quanto è caratterizzata dal simbolo della croce. Secondo Israeli questo è un tipico esempio di incompatibilità, ma l’accademico israeliano ne cita altri, ancora più allarmanti. A Londra ha incontrato un imam yemenita, molto affabile e gentile, che a causa di un handicap fisico riceve dalle istituzioni inglesi una cospicua pensione di invalidità con la quale mantiene tutta la famiglia. Invitato ad ascoltare la preghiera del venerdì, Israeli si è recato in moschea ed ha personalmente assistito all’incitamento dell’imam a recarsi in Afghanistan ad imparare la jihad. A preghiera terminata, Israeli gli ha chiesto se non fosse contraddittorio vivere grazie alle istituzioni inglesi e poi predicare la guerra contro l’Occidente, e l’imam ha risposto che tutto è temporaneo, che tra vent’anni in Europa sventolerà la bandiera islamica, quindi perché, nel frattempo, non approfittare? L’espansionismo, sostiene Israeli, è connaturato all’Islam, che ha tentato la conquista dell’Europa dall’ottavo secolo in poi con le armi, venendo sempre sconfitto. Ora però la guerra è condotta con l’immigrazione, e tre, in particolare, sono le minacce: la crescita demografica, la riunificazione familiare e le conversioni degli europei, che sono in aumento.
Se Raphael Israeli ha ragione, è probabile che l’Europa si rialzerà dalla crisi economica, ma dal punto di vista culturale, a meno di una straordinaria presa di coscienza, è lecito temere che la sconfitta sia alle porte.