sabato 4 febbraio 2012

Avvocati in rivolta. Vi rispiego perchè


Sarebbe buona regola non tornare su un argomento di cui si è trattato anni prima (al tempo delle liberalizzazioni di Bersani), e di cui già allora, causa conflitto di interessi, avrei preferito non occuparmi, ma - oggi come allora - quello che leggo sui giornali e che sento dire in giro mi spinge a non esimermi. Mi sono ormai definitivamente convinta che non sia possibile legiferare in materia forense, né scriverne, senza aver mai messo piede in un tribunale, soprattutto in quello civile di Roma, perché qualunque politico, tecnico o giornalista che vi avesse ficcato il naso saprebbe con certezza una serie di cose: 1. L'accesso all'avvocatura non va facilitato, anzi. Nella sola città di Roma vi sono più avvocati che in tutta la Francia, e questo perché la difficoltà dell'esame di abilitazione alla professione varia enormemente a seconda delle città in cui lo si affronta. Se le istituzioni si preoccupassero di impedire la transumanza verso città con una percentuale di promossi del 97% avremmo meno avvocati ben più qualificati. 2. Non si può ridurre il praticantato a 18 mesi e meno che mai ad un anno, compensando sei mesi con il tirocinio all'università, perché un laureato in giurisprudenza è una tabula rasa cui le nozioni giuridiche che ha imparato torneranno utili solo dopo aver imparato a gestire gli adempimenti del tribunale, la composizione e gestione delle pratiche e la stesura degli atti, tutta roba che si apprende solo sul campo. 3. "Vendere" giustizia non può essere come vendere affettati. L'avvocatura non può essere ridotta ad una professione commerciale, per questo la questione dei soci di capitale è vista con estremo sospetto. Ci sono tante ottime cose nel mondo anglosassone che non possono essere semplicemente trapiantate in Italia. 4. Finché i tempi della giustizia varieranno da sei mesi a ventisei anni (caso limite ma realmente accaduto) sarà difficile che gli avvocati possano fare un preventivo credibile ai propri clienti, tanto più che la maggior parte dei soldi versati agli avvocati nel tempo di durata della causa servono a sostenere le spese della giustizia, che non sono affatto basse. 5. Ho letto che se ci sono tanti laureati in giurisprudenza è perché la professione evidentemente continua ad essere remunerativa. Chi ha scritto ciò non sa che gli studenti di giurisprudenza non hanno la più vaga idea di come sia veramente l'attività, che la maggior parte di quelli che diventano avvocati decidono in pochi anni di rinunciare alla libera professione, e che la facoltà di giurisprudenza è una delle più gettonate perché anche chi non sa cosa farà pensa gli possa tornare utile per eventuali concorsi. 6. Fa semplicemente ridere, se non piangere, l'idea che la lunghezza dei processi sia da imputare agli avvocati perché in questo modo guadagnerebbero di più. E' totalmente falso. La lunghezza dei processi danneggia l'avvocato, il quale il vero guadagno lo vede solo alla fine della causa, quando vince, perché non di rado quando perde il cliente rifiuta di pagarlo. 7. Qualcuno pianti le tende qualche giorno in tribunale e si faccia un'idea della realtà del sistema giudiziario, prima di legiferare o di chiacchierare.

1 commento:

  1. Ho letto il Suo completo e competente articolo su questa categoria di cui faccio parte, troppo spesso ingiustamente stigmatizzata dai media e da grande parte della collettività. Molti sicuramente ritengono che tutti gli avvocati conducano una vita lussuosa grazie a lauti guadagni, ma non tutti siamo così fortunati. Non siamo tutti in voga come il Prof. Coppi o l'On. Paniz; invero tutti soffriamo duramente per fare questo lavoro che poche volte riesce a fornire i giusti riconoscimenti. Continui a portare all'attenzione dell'opinione pubblica le difficoltà della nostra società.

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