Sarebbe buona regola non tornare
su un argomento di cui si è trattato anni prima (al tempo delle
liberalizzazioni di Bersani), e di cui già allora, causa conflitto di
interessi, avrei preferito non occuparmi, ma - oggi come allora - quello che
leggo sui giornali e che sento dire in giro mi spinge a non esimermi. Mi sono
ormai definitivamente convinta che non sia possibile legiferare in materia
forense, né scriverne, senza aver mai messo piede in un tribunale, soprattutto
in quello civile di Roma, perché qualunque politico, tecnico o giornalista che
vi avesse ficcato il naso saprebbe con certezza una serie di cose: 1. L'accesso
all'avvocatura non va facilitato, anzi. Nella sola città di Roma vi sono più
avvocati che in tutta la Francia, e questo perché la difficoltà dell'esame di
abilitazione alla professione varia enormemente a seconda delle città in cui lo
si affronta. Se le istituzioni si preoccupassero di impedire la transumanza
verso città con una percentuale di promossi del 97% avremmo meno avvocati ben più
qualificati. 2. Non si può ridurre il praticantato a 18 mesi e meno che mai ad
un anno, compensando sei mesi con il tirocinio all'università, perché un
laureato in giurisprudenza è una tabula rasa cui le nozioni giuridiche che ha
imparato torneranno utili solo dopo aver imparato a gestire gli
adempimenti del tribunale, la composizione e gestione delle pratiche e la
stesura degli atti, tutta roba che si apprende solo sul campo. 3.
"Vendere" giustizia non può essere come vendere affettati.
L'avvocatura non può essere ridotta ad una professione commerciale, per questo
la questione dei soci di capitale è vista con estremo sospetto. Ci sono tante
ottime cose nel mondo anglosassone che non possono essere semplicemente
trapiantate in Italia. 4. Finché i tempi della giustizia varieranno da sei mesi
a ventisei anni (caso limite ma realmente accaduto) sarà difficile che gli
avvocati possano fare un preventivo credibile ai propri clienti, tanto più che
la maggior parte dei soldi versati agli avvocati nel tempo di durata della
causa servono a sostenere le spese della giustizia, che non sono affatto basse.
5. Ho letto che se ci sono tanti laureati in giurisprudenza è perché la
professione evidentemente continua ad essere remunerativa. Chi ha scritto ciò
non sa che gli studenti di giurisprudenza non hanno la più vaga idea di come
sia veramente l'attività, che la maggior parte di quelli che diventano avvocati
decidono in pochi anni di rinunciare alla libera professione, e che la facoltà
di giurisprudenza è una delle più gettonate perché anche chi non sa cosa farà
pensa gli possa tornare utile per eventuali concorsi. 6. Fa semplicemente
ridere, se non piangere, l'idea che la lunghezza dei processi sia da imputare
agli avvocati perché in questo modo guadagnerebbero di più. E' totalmente
falso. La lunghezza dei processi danneggia l'avvocato, il quale il vero
guadagno lo vede solo alla fine della causa, quando vince, perché non di rado
quando perde il cliente rifiuta di pagarlo. 7. Qualcuno pianti le tende qualche
giorno in tribunale e si faccia un'idea della realtà del sistema giudiziario,
prima di legiferare o di chiacchierare.
Ho letto il Suo completo e competente articolo su questa categoria di cui faccio parte, troppo spesso ingiustamente stigmatizzata dai media e da grande parte della collettività. Molti sicuramente ritengono che tutti gli avvocati conducano una vita lussuosa grazie a lauti guadagni, ma non tutti siamo così fortunati. Non siamo tutti in voga come il Prof. Coppi o l'On. Paniz; invero tutti soffriamo duramente per fare questo lavoro che poche volte riesce a fornire i giusti riconoscimenti. Continui a portare all'attenzione dell'opinione pubblica le difficoltà della nostra società.
RispondiElimina