Alla
fine l’accordo è arrivato. Quello che per settimane è sembrato un gioco
crudele, stupido e pericoloso quanto può esserlo spingere un cane all’angolo
e continuare a bastonarlo senza pensare che proverà a mordere, prima di
soccombere, la scorsa notte si è risolto nella concessione ad Atene di un
pacchetto di aiuti per 130 miliardi di euro. E’ certamente presto per sapere se
saranno sufficienti (ci sono un certo numero di variabili a riguardo) e il
tutto dovrà essere accompagnato dalla realizzazione degli interventi di
risanamento su cui il governo greco si è impegnato e che ha già portato il
paese alla fame e alla pazzia, ma, almeno per oggi, si tira un sospiro di
sollievo. Certo, la contropartita è altissima, non solo in termini sociali ma
anche dal punto di vista della sovranità, che sarà fortemente limitata dalla
presenza della troika europea, che vigilerà, valuterà e presumibilmente
imporrà, laddove lo riterrà opportuno, le misure da intraprendere. Ma, a parte
tutto, la domanda è: la gestione del caso greco, l’umiliazione e la distruzione
economica e psicologica del tessuto sociale di un paese membro, le divisioni, i
tempi, i diktat, i chiari di luna, la lenta agonia cui la Grecia è stata sottoposta
- fino al punto di dubitare che il salvataggio ci sarebbe stato - rappresenta o
no un tradimento profondo dei principi su cui il sogno europeo avrebbe dovuto
fondarsi? Un sogno, è bene ricordarlo, nato dalle ceneri della seconda guerra
mondiale, congelato dalla guerra fredda, che in questi ultimi vent'anni ha
avuto la sua grande occasione per essere realizzato, e non l'ha colta.
Nessuno
nega il fatto che la Grecia sia la prima responsabile della sua attuale
situazione, ma un’Europa che non ha sfruttato due decenni per procedere ad una
unificazione politica, ideale, di intenti, oltre che economica, che non ha
saputo fare del Parlamento europeo - unico organo democraticamente eletto - il
centro delle decisioni e del potere, che non ha voluto una banca in grado di
farsi carico dei debiti sovrani, e che ha vivacchiato sulle divisioni, gli
egoismi e le contraddizioni dei paesi membri, non può dirsi innocente. A maggior
ragione visto che anche economicamente parlando il processo di unificazione
lascia molto a desiderare. Tutto basato sul rigore e poco sulla crescita,
con i paesi più forti che non ci stanno a rinunciare alla propria supremazia,
al protezionismo nei confronti delle proprie produzioni e istituzioni (come le
banche), e che hanno accettato un’ammucchiata di 27 paesi (non si poteva proprio
procedere più lentamente?) con economie e realtà politiche fortemente diverse senza
pensare che questo avrebbe avuto forti ripercussioni sulla crescita e la
stabilità dell’Unione. Si dice che la maggior parte dei paesi membri fatichi troppo
a cedere porzioni della propria sovranità all’Europa, ma non è così
sorprendente visto che la UE non è una unione democratica di Stati con pari
dignità, pari diritti e pari doveri, ma un direttorio che viaggia a differenti
velocità a seconda degli interessi di Francia e Germania.
Oggi,
tuttavia, c’è qualcosa che accende la speranza ben più degli aiuti concessi
alla Grecia; è l’iniziativa voluta da Monti e Cameron (casualmente l’unico
leader europeo a non aver firmato il patto di stabilità a dicembre), una
lettera che lancia senza giri di parole proposte importanti per la crescita
dell’eurozona la cui portata ha un valore talmente politico che Francia e
Germania non l’hanno firmata. Per una volta l’ennesima prova delle divisioni
che caratterizzano l’Europa non è un fatto negativo, ma dimostra che l’iniziativa
politica non è insindacabilmente nelle mani della Merkel e di Sarkozy, e che la
loro supremazia è in parte fondata sull’atteggiamento troppo sottomesso degli
altri paesi europei. Se la Gran Bretagna e l’Italia, che si è fatta co-promotrice
di questo documento (e anche questa è una cosa che non si vedeva da tempo), con
i paesi che lo hanno firmato, sapranno mantenere ferme le loro posizioni e alta
la pressione nei confronti di Francia e Germania, è possibile che i cittadini
europei vedranno attuarsi iniziative che aspettano da circa vent’anni.
Quante speranze avevamo tutti riposto in questa Europa che si è trasformata da sogno di una confederazione di Stati come gli Usa in un carrozzone in mano ai burocrati, alle banche ed agli speculatori. Questa volta tocca alla Grecia, e chi sarà il prossimo? e soprattutto chi sta pensando ai cittadini, che si ritrovano sull'orlo di un baratro per colpe che sicuramente non sono loro.
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