mercoledì 21 marzo 2012

Aggrapparsi alla Storia


“Dovremmo rivendicare, nel nome della tolleranza, il diritto a non tollerare gli intolleranti”. Queste parole, pronunciate dal noto filosofo Karl Popper in tempi in cui l’Europa non doveva ancora confrontarsi quotidianamente con i problemi legati al fenomeno della globalizzazione, e della multietnicità della società, sono ancora di grande attualità. Anche se, oggi, è il concetto stesso di tolleranza ad essersi sbiadito nelle mille sfumature delle diverse declinazioni che ad esso vengono applicate. Libri, giornali, intellettuali, politici, opinionisti, politologi, sociologi, psicologi, preti, volontari, docenti; fiumi di parole e di discorsi scorrono e ci sommergono ogni giorno in una polemica continua tesa a dare un significato definitivo alla parola tolleranza. E più se ne parla, più la cronaca ci restituisce la realtà di una insofferenza profonda che si manifesta in atti di vera e propria intolleranza perpetrati, soprattutto, dai giovani: xenofobia, omofobia, razzismo e violenza sono le cifre del disagio di una Europa che nell’arco di pochi anni si è accorta, improvvisamente, che una politica di accoglienza indifferenziata non è stata sufficiente nemmeno a creare i presupposti dell’integrazione e della creazione dei nuovi cittadini europei. In Francia, come in Inghilterra o in Germania – paesi che hanno già una lunga tradizione di immigrazione, ma il fenomeno riguarda anche il resto d’Europa – esistono quartieri che sono diventati i nuovi ghetti delle società moderne, luoghi che con la città che li ospita condividono solo il territorio, riproducendovi di fatto lo stile di vita e applicando le leggi vigenti nei propri paesi d’origine. Più che una società multietnica, quella europea è un’entità disseminata di microcosmi che le vivono dentro senza farne parte fino in fondo. Anche se questo non è vero per tutte le etnie e gli immigrati che abitano oggi il continente europeo, i contrasti e le frizioni scaturite dalla convivenza con determinate comunità hanno oramai diviso l’opinione pubblica in due visioni della tolleranza opposte ed estremizzate: da una parte l’ideologizzazione di un senso di colpa, la convinzione di dover espiare il peccato del colonialismo e del nazismo, con la conseguente predilezione per una politica di accoglienza, indulgenza e giustificazionismo anche di fronte a manifestazioni di violenza e sprezzo della civiltà occidentale, che sarebbero sempre frutto di errori precedenti. Dall’altra, il sopravvento della paura, della diffidenza, la percezione dell’inanità totale delle istituzioni di fronte all’aggressività con cui gli immigrati impongono il proprio modo di essere, il timore che le nostre leggi e la nostra libertà siano usate per sopraffarci, l’idea che sia in atto uno scacco all’Occidente, un’invasione che - anche solo per ragioni numeriche – farà, nell’arco di poche generazioni, piazza pulita dei principi e dei valori politici, morali e religiosi fondanti la civiltà occidentale, con la conseguente volontà di porre un freno all’immigrazione e la rivendicazione del diritto di cacciare gli stranieri sgraditi dal proprio territorio. In mezzo, un’Europa alle prese con il terrorismo internazionale, in grave difficoltà nel definire una propria identità che sia egualmente sentita da tutti i paesi dell’Unione, e per lo più succube di una forma pavida di tolleranza, che la induce facilmente a rinnegare la libertà di opinione di chi lancia pubblicamente l’allarme di una temuta islamizzazione del continente. Ma come mai l’Europa, che pure è il prodotto storico dell’incontro, dello scontro e del miscuglio di idee, merci, razze e religioni, sembra prigioniera di un atteggiamento anarchico, che è forse alla base di un senso di incertezza e disorientamento che rischia di trasformarsi, nella migliore delle ipotesi, in una chiusura insofferente? Dove guardare per ripensare la politica di integrazione europea?
Magari alle origini della propria storia, all’antica Roma. Può essere una civiltà schiavista un modello attuale di integrazione? Per molti aspetti sì, perché - nella sua lunghissima storia - né la monarchia, la repubblica o l’impero romano hanno mai conosciuto e applicato il concetto di razzismo. Anzi. Fin dai primi insediamenti, i romani erigono un luogo sacro dedicato al Dio Asilo, in cui accolgono profughi, fuggiaschi e schiavi da ovunque essi provengano, e continuano a considerare, nell’arco dei secoli, questo luogo motivo di orgoglio, tanto da tramandarne la memoria orale e conservarne i resti. Ma la politica che ci consente di capire veramente l’atteggiamento dei romani verso “gli altri”, è quella che l’ormai grande impero applica alle province a lui sottomesse. In un contesto in cui o si conquistava o si era conquistati, Roma invade praticamente tutto il mondo antico, ma è consapevole che la forza delle armi non è sufficiente a conservare il potere. Attua così una politica di cooptazione delle elite dei popoli conquistati, cui viene facilmente concessa la cittadinanza e che possono ambire a salire i vertici del potere, tanto che la classe dirigente diventa presto multietnica, e comincia, pian piano, a farsi abitare dal mondo, a portarlo dentro di sé, romanizzandolo. Fino a un certo punto, però. Perché Roma non impone alle province sottomesse i propri usi e costumi, e lascia in vigore tutte le leggi locali che non siano in contrasto con i principi fondamentali del diritto romano, ma allo stesso tempo è pronta a usare il pugno di ferro in caso di rivolte e insurrezioni. Una delle province che preoccupa di più “Roma caput mundi” è la Giudea, un focolaio continuo di ribellioni, ma la proverbiale durezza dei romani nei confronti degli abitanti di questa terra, gli ebrei, non è minimamente dettata da antisemitismo, quanto da ragioni squisitamente politiche, dalla necessità di riportare la provincia all’ordine e all’obbedienza. E il concetto vale egualmente per tutti gli altri. Con questo tipo di politica il mondo romano diventa presto una stratificazione di identità in cui, tuttavia, le pietre miliari della romanità permeano di sé popoli e culture; diventare romano significa appartenere ad un insieme di idee, leggi, valori e principi la cui forza di attrattiva non ha eguali nel mondo antico. Il desiderio di ottenere la cittadinanza romana, con tutti i diritti che questa comporta, è forte, e Roma non si fa pregare. Le vie per ottenerla sono varie, al punto che, unico caso nella Storia, la concessione della cittadinanza può essere frutto dell’azione di un singolo cittadino, e addirittura per gli schiavi la strada verso la pienezza dei diritti non è particolarmente lunga. Il liberto, infatti, lo schiavo liberato (e Prisco ci ricorda quanto fosse facile a Roma liberare uno schiavo, lo si poteva fare anche per testamento e non implicava pratiche burocratiche farraginose), era un quasi cittadino, ma il proprio figlio diventava automaticamente cives a pieno titolo, cui non era preclusa nessuna possibilità, neanche la carriera politica. Un’altra strada percorribile verso la cittadinanza era l’appartenenza all’esercito. Per legge, dopo venticinque anni di servizio, si veniva congedati con una cospicua gratifica economica e la cittadinanza di diritto; grazie a questa politica, attuata fin dall’inizio, i reparti ausiliari non sono composti da cittadini romani, ma in età repubblicana l’esercito di Roma conta una tale quantità di cives che nel suo esercito non vi sono mercenari.
A questo punto, però, non ci si può esimere dal chiedersi quali elementi abbiano consentito alla più grande potenza dell’antichità di trasformare milioni di persone a lei sottomesse in soldati che la servirono lealmente. Cosa aveva Roma in più, ad esempio, della Grecia? Tre cose, sostanzialmente: la tolleranza verso la religione, gli usi e i costumi altrui; il totale disinteresse per il concetto di stirpe, la paura di contaminare la purezza del sangue, della razza, idea che invece ossessionava gli ateniesi, e la proposizione di una forte identità. A questi elementi non può non aggiungersi quella che è passata alla Storia come la più grande invenzione di Roma: la codificazione del concetto di diritto come insieme di norme che costituivano l’ordinamento giuridico alla base della vita dei cittadini, ma che non mancava di prevedere una serie di tutele per coloro che cives ancora non erano. I romani, insomma, consideravano la propria cultura al centro del mondo e non per niente questa è fondamento della civiltà occidentale, ma non per questo ritenevano che ciò che era buono e giusto per Roma dovesse esserlo necessariamente per gli altri. Più semplicemente, i romani non conoscevano il concetto di superiorità della razza, non attribuivano alla propria religiosità la rivelazione della verità, non adottarono mai politiche discriminatorie per motivi etnici, né persecuzioni di questo tipo, non intervennero legislativamente per impedire i matrimoni misti, né la nascita di un bambino meticcio era considerata una cosa strana e meno che mai fonte di degenerazione razziale. Allo stesso modo, di molti soldati, che pure si dichiaravano orgogliosamente romani, si poteva capire l’origine dai culti religiosi che continuavano liberamente a praticare. Roma era una grande città multietnica dove era possibile incontrare gente proveniente da tutto il mondo, e una società talmente aperta che nel 212 d.c. l’imperatore Caracalla concesse la cittadinanza praticamente a tutti gli abitanti dell’impero.
Tutto questo, naturalmente, non le impediva di essere schiavista, conquistatrice, e, all’occorrenza, dominatrice spietata. Ma nessun parallelismo avrebbe senso decontestualizzando l’oggetto del paragone dal periodo storico in cui questo ha vissuto e operato. In cosa, dunque, l’Europa di oggi potrebbe trarre insegnamento dal modo in cui l’antica Roma si rapportava agli stranieri? Si è parlato della politica che i romani attuavano verso le popolazioni da loro conquistate, ma non si sa molto del trattamento riservato agli immigrati, a coloro che a Roma ci andavano spontaneamente per stabilirvisi, anche se non c’è ragione di credere che i modi per ottenere la cittadinanza fossero diversi. E’ anche vero, però, che la tolleranza dimostrata da Roma verso usi e costumi ritenuti scandalosi è applicabile fino a un certo punto da un’Europa che, nell’arco di molti secoli e al costo di milioni di vite umane, ha distillato una serie di valori politici e morali che considera universali e ai quali non è, o non dovrebbe essere, disposta a rinunciare: la democrazia, la parità tra uomo e donna, la libertà di stampa, opinione, espressione, confessione e associazione, le garanzie a tutela delle minoranze etniche, religiose, linguistiche, e molto altro. Ma la civiltà romana ha dominato la scena mondiale per oltre duemila anni anche e soprattutto grazie all’orgoglio che l’essere un cittadino romano comportava, ad una forte identità che garantiva senso di appartenenza, condivisione dei diritti, dei doveri e delle finalità di Roma, ad un corpo legislativo che fissava in modo inequivocabile i limiti della libertà individuale a tutela di quella di tutti i cittadini, ad un modo di guardare a se stessi come centro del mondo senza che questo minasse il diritto degli altri di considerarsi allo stesso modo. A tutto questo, però, Roma univa l’intransigenza verso chiunque cercasse di sopraffarla, tradirla, distruggerla. Ed è questo che manca all’Europa di oggi: la definizione di un’identità che vada oltre la retorica e che abbia la forza di attrarre ai suoi valori i futuri cittadini europei; la capacità di far rispettare le sue leggi senza compromessi con i propri sensi di colpa, e la determinazione a sopravvivere, la capacità di accogliere veramente chi vuole integrarsi e contrastare chi intende sopraffarla. Oggi nessuno è disposto ad immaginare che il modus vivendi europeo, per non dire occidentale, potrebbe essere una parentesi della Storia, ma sarebbe utile ricordare che, tra i molti fattori che concorsero alla caduta dell’impero romano d’Occidente, un ruolo non secondario fu giocato dall’incertezza politica, da una forte crisi economica e dalla decadenza morale che aveva minato la forza di Roma dall’interno, finendo con lo svilire la propria identità e soccombendo alla calata di popoli meno evoluti ma molto più determinati.

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