“Dovremmo
rivendicare, nel nome della tolleranza, il diritto a non tollerare gli
intolleranti”. Queste parole, pronunciate dal noto filosofo Karl Popper in
tempi in cui l’Europa non doveva ancora confrontarsi quotidianamente con i
problemi legati al fenomeno della globalizzazione, e della multietnicità della
società, sono ancora di grande attualità. Anche se, oggi, è il concetto stesso
di tolleranza ad essersi sbiadito nelle mille sfumature delle diverse
declinazioni che ad esso vengono applicate. Libri, giornali, intellettuali,
politici, opinionisti, politologi, sociologi, psicologi, preti, volontari,
docenti; fiumi di parole e di discorsi scorrono e ci sommergono ogni giorno in
una polemica continua tesa a dare un significato definitivo alla parola tolleranza.
E più se ne parla, più la cronaca ci restituisce la realtà di una insofferenza
profonda che si manifesta in atti di vera e propria intolleranza perpetrati,
soprattutto, dai giovani: xenofobia, omofobia, razzismo e violenza sono le
cifre del disagio di una Europa che nell’arco di pochi anni si è accorta,
improvvisamente, che una politica di accoglienza indifferenziata non è stata
sufficiente nemmeno a creare i presupposti dell’integrazione e della creazione
dei nuovi cittadini europei. In Francia, come in Inghilterra o in Germania –
paesi che hanno già una lunga tradizione di immigrazione, ma il fenomeno
riguarda anche il resto d’Europa – esistono quartieri che sono diventati i
nuovi ghetti delle società moderne, luoghi che con la città che li ospita condividono
solo il territorio, riproducendovi di fatto lo stile di vita e applicando le
leggi vigenti nei propri paesi d’origine. Più che una società multietnica, quella
europea è un’entità disseminata di microcosmi che le vivono dentro senza farne
parte fino in fondo. Anche se questo non è vero per tutte le etnie e gli
immigrati che abitano oggi il continente europeo, i contrasti e le frizioni
scaturite dalla convivenza con determinate comunità hanno oramai diviso
l’opinione pubblica in due visioni della tolleranza opposte ed estremizzate: da
una parte l’ideologizzazione di un senso di colpa, la convinzione di dover
espiare il peccato del colonialismo e del nazismo, con la conseguente
predilezione per una politica di accoglienza, indulgenza e giustificazionismo
anche di fronte a manifestazioni di violenza e sprezzo della civiltà
occidentale, che sarebbero sempre frutto di errori precedenti. Dall’altra, il
sopravvento della paura, della diffidenza, la percezione dell’inanità totale
delle istituzioni di fronte all’aggressività con cui gli immigrati impongono il
proprio modo di essere, il timore che le nostre leggi e la nostra libertà siano
usate per sopraffarci, l’idea che sia in atto uno scacco all’Occidente,
un’invasione che - anche solo per ragioni numeriche – farà, nell’arco di poche
generazioni, piazza pulita dei principi e dei valori politici, morali e
religiosi fondanti la civiltà occidentale, con la conseguente volontà di porre
un freno all’immigrazione e la rivendicazione del diritto di cacciare gli stranieri
sgraditi dal proprio territorio. In mezzo, un’Europa alle prese con il
terrorismo internazionale, in grave difficoltà nel definire una propria
identità che sia egualmente sentita da tutti i paesi dell’Unione, e per lo più
succube di una forma pavida di tolleranza, che la induce facilmente a rinnegare
la libertà di opinione di chi lancia pubblicamente l’allarme di una temuta
islamizzazione del continente. Ma come mai l’Europa, che pure è il prodotto
storico dell’incontro, dello scontro e del miscuglio di idee, merci, razze e
religioni, sembra prigioniera di un atteggiamento anarchico, che è forse alla
base di un senso di incertezza e disorientamento che rischia di trasformarsi,
nella migliore delle ipotesi, in una chiusura insofferente? Dove guardare per ripensare
la politica di integrazione europea?
Magari
alle origini della propria storia, all’antica Roma. Può essere una civiltà
schiavista un modello attuale di integrazione? Per molti aspetti sì, perché - nella
sua lunghissima storia - né la monarchia, la repubblica o l’impero romano hanno
mai conosciuto e applicato il concetto di razzismo. Anzi. Fin dai primi
insediamenti, i romani erigono un luogo sacro dedicato al Dio Asilo, in cui
accolgono profughi, fuggiaschi e schiavi da ovunque essi provengano, e
continuano a considerare, nell’arco dei secoli, questo luogo motivo di
orgoglio, tanto da tramandarne la memoria orale e conservarne i resti. Ma la
politica che ci consente di capire veramente l’atteggiamento dei romani verso “gli
altri”, è quella che l’ormai grande impero applica alle province a lui
sottomesse. In un contesto in cui o si conquistava o si era conquistati, Roma
invade praticamente tutto il mondo antico, ma è consapevole che la forza delle
armi non è sufficiente a conservare il potere. Attua così una politica di
cooptazione delle elite dei popoli conquistati, cui viene facilmente concessa
la cittadinanza e che possono ambire a salire i vertici del potere, tanto che
la classe dirigente diventa presto multietnica, e comincia, pian piano, a farsi
abitare dal mondo, a portarlo dentro di sé, romanizzandolo. Fino a un certo
punto, però. Perché Roma non impone alle province sottomesse i propri usi e
costumi, e lascia in vigore tutte le leggi locali che non siano in contrasto
con i principi fondamentali del diritto romano, ma allo stesso tempo è pronta a
usare il pugno di ferro in caso di rivolte e insurrezioni. Una delle province
che preoccupa di più “Roma caput mundi” è la Giudea , un focolaio continuo di ribellioni, ma la
proverbiale durezza dei romani nei confronti degli abitanti di questa terra,
gli ebrei, non è minimamente dettata da antisemitismo, quanto da ragioni
squisitamente politiche, dalla necessità di riportare la provincia all’ordine e
all’obbedienza. E il concetto vale egualmente per tutti gli altri. Con questo
tipo di politica il mondo romano diventa presto una stratificazione di identità
in cui, tuttavia, le pietre miliari della romanità permeano di sé popoli e
culture; diventare romano significa appartenere ad un insieme di idee, leggi,
valori e principi la cui forza di attrattiva non ha eguali nel mondo antico. Il
desiderio di ottenere la cittadinanza romana, con tutti i diritti che questa
comporta, è forte, e Roma non si fa pregare. Le vie per ottenerla sono varie,
al punto che, unico caso nella Storia, la concessione della cittadinanza può
essere frutto dell’azione di un singolo cittadino, e addirittura per gli schiavi
la strada verso la pienezza dei diritti non è particolarmente lunga. Il
liberto, infatti, lo schiavo liberato (e Prisco ci ricorda quanto fosse facile
a Roma liberare uno schiavo, lo si poteva fare anche per testamento e non
implicava pratiche burocratiche farraginose), era un quasi cittadino, ma il
proprio figlio diventava automaticamente cives a pieno titolo, cui non era
preclusa nessuna possibilità, neanche la carriera politica. Un’altra strada
percorribile verso la cittadinanza era l’appartenenza all’esercito. Per legge,
dopo venticinque anni di servizio, si veniva congedati con una cospicua
gratifica economica e la cittadinanza di diritto; grazie a questa politica,
attuata fin dall’inizio, i reparti ausiliari non sono composti da cittadini
romani, ma in età repubblicana l’esercito di Roma conta una tale quantità di
cives che nel suo esercito non vi sono mercenari.
A
questo punto, però, non ci si può esimere dal chiedersi quali elementi abbiano
consentito alla più grande potenza dell’antichità di trasformare milioni di
persone a lei sottomesse in soldati che la servirono lealmente. Cosa aveva Roma
in più, ad esempio, della Grecia? Tre cose, sostanzialmente: la tolleranza
verso la religione, gli usi e i costumi altrui; il totale disinteresse per il
concetto di stirpe, la paura di contaminare la purezza del sangue, della razza,
idea che invece ossessionava gli ateniesi, e la proposizione di una forte
identità. A questi elementi non può non aggiungersi quella che è passata alla
Storia come la più grande invenzione di Roma: la codificazione del concetto di diritto
come insieme di norme che costituivano l’ordinamento giuridico alla base della
vita dei cittadini, ma che non mancava di prevedere una serie di tutele per
coloro che cives ancora non erano. I romani, insomma, consideravano la propria
cultura al centro del mondo e non per niente questa è fondamento della civiltà
occidentale, ma non per questo ritenevano che ciò che era buono e giusto per
Roma dovesse esserlo necessariamente per gli altri. Più semplicemente, i romani
non conoscevano il concetto di superiorità della razza, non attribuivano alla
propria religiosità la rivelazione della verità, non adottarono mai politiche
discriminatorie per motivi etnici, né persecuzioni di questo tipo, non intervennero
legislativamente per impedire i matrimoni misti, né la nascita di un bambino
meticcio era considerata una cosa strana e meno che mai fonte di degenerazione
razziale. Allo stesso modo, di molti soldati, che pure si dichiaravano
orgogliosamente romani, si poteva capire l’origine dai culti religiosi che
continuavano liberamente a praticare. Roma era una grande città multietnica
dove era possibile incontrare gente proveniente da tutto il mondo, e una
società talmente aperta che nel 212 d.c. l’imperatore Caracalla concesse la
cittadinanza praticamente a tutti gli abitanti dell’impero.
Tutto
questo, naturalmente, non le impediva di essere schiavista, conquistatrice, e,
all’occorrenza, dominatrice spietata. Ma nessun parallelismo avrebbe senso
decontestualizzando l’oggetto del paragone dal periodo storico in cui questo ha
vissuto e operato. In cosa, dunque, l’Europa di oggi potrebbe trarre
insegnamento dal modo in cui l’antica Roma si rapportava agli stranieri? Si è
parlato della politica che i romani attuavano verso le popolazioni da loro
conquistate, ma non si sa molto del trattamento riservato agli immigrati, a
coloro che a Roma ci andavano spontaneamente per stabilirvisi, anche se non c’è
ragione di credere che i modi per ottenere la cittadinanza fossero diversi. E’
anche vero, però, che la tolleranza dimostrata da Roma verso usi e costumi
ritenuti scandalosi è applicabile fino a un certo punto da un’Europa che,
nell’arco di molti secoli e al costo di milioni di vite umane, ha distillato
una serie di valori politici e morali che considera universali e ai quali non è,
o non dovrebbe essere, disposta a rinunciare: la democrazia, la parità tra uomo
e donna, la libertà di stampa, opinione, espressione, confessione e associazione,
le garanzie a tutela delle minoranze etniche, religiose, linguistiche, e molto
altro. Ma la civiltà romana ha dominato la scena mondiale per oltre duemila
anni anche e soprattutto grazie all’orgoglio che l’essere un cittadino romano
comportava, ad una forte identità che garantiva senso di appartenenza,
condivisione dei diritti, dei doveri e delle finalità di Roma, ad un corpo
legislativo che fissava in modo inequivocabile i limiti della libertà
individuale a tutela di quella di tutti i cittadini, ad un modo di guardare a
se stessi come centro del mondo senza che questo minasse il diritto degli altri
di considerarsi allo stesso modo. A tutto questo, però, Roma univa
l’intransigenza verso chiunque cercasse di sopraffarla, tradirla, distruggerla.
Ed è questo che manca all’Europa di oggi: la definizione di un’identità che
vada oltre la retorica e che abbia la forza di attrarre ai suoi valori i futuri
cittadini europei; la capacità di far rispettare le sue leggi senza compromessi
con i propri sensi di colpa, e la determinazione a sopravvivere, la capacità di
accogliere veramente chi vuole integrarsi e contrastare chi intende
sopraffarla. Oggi nessuno è disposto ad immaginare che il modus vivendi
europeo, per non dire occidentale, potrebbe essere una parentesi della Storia,
ma sarebbe utile ricordare che, tra i molti fattori che concorsero alla caduta
dell’impero romano d’Occidente, un ruolo non secondario fu giocato dall’incertezza
politica, da una forte crisi economica e dalla decadenza morale che aveva
minato la forza di Roma dall’interno, finendo con lo svilire la propria
identità e soccombendo alla calata di popoli meno evoluti ma molto più
determinati.
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