venerdì 30 marzo 2012

L'Europa è un continente liberale? Qualche delucidazione sul concetto.


Ci sono poche parole, al mondo, che sono state più sfruttate, abusate e citate a sproposito, fino a stravolgerne il significato e a farne dimenticare le origini storiche, del termine liberalismo. Un concetto che è alla base delle moderne democrazie occidentali e che ha permeato di sé tutto il XVIII e XIX secolo, ponendosi alla guida ideale delle rivoluzioni che hanno portato alla nascita degli Stati di diritto; un’idea, una filosofia di vita, una visione dell’uomo e dei rapporti sociali che – riallacciandosi al filone dei diritti individuali sanciti già dagli antichi greci e romani, e alla tradizione giusnaturalista – ha posto alla base della propria dottrina politica la concezione dell’inviolabilità e inalienabilità di alcuni diritti naturali e universali dell’uomo: libertà, uguaglianza, proprietà e vita. Corollario inevitabile della tutela di questi diritti è l’esercizio della libertà nella legge, di fronte alla quale tutti gli uomini sono uguali, e pertanto garanzia del limite all’arbitrio e alla sopraffazione del singolo individuo.
A questi pronunciamenti, elaborati nella Gran Bretagna della seconda rivoluzione industriale da filosofi come John Locke, David Hume e Adam Smith (padre del liberismo, la teoria economica del libero mercato e parte integrante della dottrina liberale), e della Glorious Revolution, dalla quale era nata - primo caso nella storia - una monarchia costituzionale, fecero da riscontro e complemento i principi dell’illuminismo francese, portatori di una visione filosofica improntata alla supremazia della ragione sull’ignoranza e la superstizione, in particolar modo la teoria della separazione dei poteri di Montesquieu. L’insieme dei principi del liberalismo inglese e dei valori dell’illuminismo francese è ciò che nel diciottesimo secolo venne comunemente chiamato liberalismo, il movimento intellettuale della borghesia europea a sostegno delle battaglie contro l’assolutismo monarchico e i privilegi dell’aristocrazia e del clero. Se la rivoluzione francese, con tutte le sue contraddizioni, è al contempo il punto di arrivo e di partenza del liberalismo continentale, quella americana è lo specchio delle differenze con tale modello. E’ chiaro che i contesti in cui tali ideali si sono sviluppati erano molto diversi tra loro, e le conseguenze non potevano che riprodurli: quando scoppia la rivoluzione francese, nel 1789, in Inghilterra vige una monarchia costituzionale già da cento anni, e quando paesi come l’Italia e la Germania arrivano a conquistare l’unità nazionale, gli Stati Uniti, che hanno meno di un secolo di vita, sono già uno Stato federale con una forte identità e una Costituzione talmente avanzata da essersi mantenuta intatta nonostante i molti emendamenti che ne hanno sanato alcune iniziali contraddizioni. Ed è proprio la peculiarità della nascita e della storia d’America a dare un significato diverso alla parola liberal, liberale. Una differenza che arriverà a connaturare i liberali europei come l’opposto dei liberal statunitensi. Ma perché?
I figli d’Inghilterra, che colonizzarono gli immensi territori americani, erano per la maggior parte dei perseguitati per motivi politici o religiosi, e incoraggiati dalla corona britannica all’emigrazione per ragioni economiche inerenti il contrasto alla presenza sul continente americano di altre potenze coloniali, quindi i problemi che si trovarono ad affrontare, una volta sbarcati nel nuovo mondo, riguardavano sostanzialmente l’organizzazione sociale e la creazione di istituzioni e leggi che regolassero la vita e la convivenza degli abitanti delle colonie. Non esisteva una suddivisione in classi, un potere politico di stampo assolutistico, un clero o un’aristocrazia privilegiati contro cui combattere. Anche se fu un processo faticoso, e le differenze economiche e sociali tra le colonie erano piuttosto ampie, l’autonomia politica di cui godevano dimostra che l’America è nata liberale perché i suoi fondatori erano già informati ai principi del liberalismo inglese, i quali, uniti ai riferimenti morali del puritanesimo, costituivano un nucleo di valori condivisi che confluirono nella costituzione della futura repubblica federale degli Stati Uniti d’America. Se l’America, dunque, è nata liberale e liberista (la guerra d’indipendenza, d’altronde, era scaturita proprio dalle imposizioni fiscali e dalle restrizioni commerciali ed economiche che la madrepatria inglese imponeva alle proprie colonie), e i principi del liberalismo erano sanciti dalla sua costituzione, è chiaro che l’esigenza della creazione di partiti che si richiamassero espressamente a tale dottrina non era sentita, e le differenze che caratterizzano ancora oggi i propri rappresentanti politici non riguardano l’essere o meno liberale, ma, semmai, i differenti modi di esserlo che scaturiscono dalla teoria generale. Ma chi sono, allora, i liberal americani? In Europa sono identificati con i socialdemocratici, gli eredi del socialismo europeo riformatosi dopo la caduta del muro di Berlino, ma è evidente che, in un paese che ha tra le sue caratteristiche principali il rifiuto del comunismo e delle teorie socialiste – che d’altronde sarebbero in contrasto con i suoi fondamenti liberali – il paragone non regge. Perché il termine liberal, nella storia statunitense, affonda le sue radici nelle teorie del liberalismo progressista americano sviluppatesi nel primo ventennio del XX secolo, a loro volta figlie delle idee del liberalismo sociale nato nel Regno Unito tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, ma si è affermato negli anni Trenta con la politica di Franklin Delano Roosevelt. Entrato in carica nel 1933, il nuovo presidente si trovò ad affrontare le conseguenze della gravissima crisi economica del 1929, ed improntò la sua politica ad un nuovo corso, il New Deal, volto a risollevare le sorti dell’economia nazionale alleviando al contempo le sofferenze di una popolazione duramente colpita dalla disoccupazione e dalla mancanza di strumenti di ammortizzazione sociale. Per ottenere tali obiettivi, egli assegnò al governo federale un ruolo di primo piano nell’economia nazionale che non aveva precedenti nella storia americana, e da tale interventismo nacquero enti, istituti e riforme che nell’arco di un decennio riportarono effettivamente il grado di benessere del paese ai livelli precedenti la grande Depressione. Dopo il New Deal, l’idea che il perseguimento della “libertà dalla necessità” potesse giustificare l’intervento positivo del governo centrale nell’economia, rimane una costante della visione politica liberal, che in questo senso, sostanzialmente, si differenzia da quella dei piccoli partiti liberali europei, i quali, operando in un contesto di spiccato interventismo e assistenzialismo statale, hanno sempre cercato di far valere le ragioni dell’economia di mercato e del principio di sussidiarietà. Ma la distanza dai socialdemocratici rimane comunque molto ampia, in quanto – anche in pieno New Deal – i liberal hanno sempre avversato il socialismo e l’idea che sia compito dello stato garantire a tutti eguali risultati. In una parola, i liberal americani sono l’ala sinistra del liberalismo classico, così come i conservatori ne sono l’ala destra, anche se non mancano all’interno di entrambi gli schieramenti posizioni che si rifanno per alcuni aspetti all’una o all’altra fazione.
Se queste sono le ragioni storiche per cui il termine liberal non trova una definizione univoca tra le sponde dell’Atlantico, ed anzi i conservatori più intransigenti lo considerano un termine dispregiativo, mentre in Europa è semplicemente sinonimo di sinistra socialdemocratica, così come il Vecchio Continente l’ha conosciuta, i differenti modi di essere liberali non hanno risparmiato l’Europa, dove questi si sono divisi tra seguaci del liberalismo classico e del capitalismo liberista, e radicali, promotori della massima espansione dei diritti civili e di un misurato intervento statale nell’economia per favorire una maggiore giustizia sociale, mentre negli Stati Uniti i radical sono su posizioni di estrema sinistra, e coloro che si ritengono i veri eredi del liberalismo classico e dell’economia di mercato liberista sono definiti libertarian o neoliberal. A rendere le cose più difficili, attualmente, vi è la complessità delle società moderne, l’irrompere sulla scena politica di tematiche etiche e sociali come la preservazione dell’ambiente, l’eutanasia, la fecondazione assistita, i limiti alla ricerca medica e scientifica, l’allargamento di determinati diritti a determinate minoranze, e molte altre questioni su cui i liberali europei, come quelli americani, si sono divisi, creando una sorta di movimento trasversale dei temi etici in cui si ritrovano, a seconda delle questioni poste, liberal e conservatori, radical e libertarian, destra, sinistra e centro. Ma il paradosso più grande è che – nonostante dopo la seconda guerra mondiale i principi politici liberali si siano generalmente affermati come base dottrinale di tutte le democrazie europee, i partiti che ad essi si ispiravano sono pressoché scomparsi, inglobati dai partiti di massa, soprattutto di matrice socialista o democratico-cristiana, che sono stati storicamente avversari del liberalismo. Cadute le ideologie, tutti si sono professati liberali, a prescindere dalla propria storia e percorso politico, o da cosa con questo termine esattamente intendessero, e il risultato è la perdita di una riferimento storico preciso, tanto che definirsi liberale, in Europa, oramai può significare tutto e niente. A differenza degli Stati Uniti, dove il termine liberal designa sì una certa politica e un determinato schieramento, ma, come si è visto, i valori liberali sono realmente percepiti come base comune di tutta la storia e la politica americana, alla storia politica europea manca un comun denominatore in grado di dare senso alla dichiarazione di appartenenza al liberalismo. O forse, come sosteneva il filosofo Lucio Colletti, nel substrato culturale della rivoluzione francese, figlio delle idee di Voltaire e Rousseau, che hanno lasciato un segno indelebile nella visione politica europea, vi erano i germi del totalitarismo, piuttosto che del liberalismo. Fatto sta che, al di là di una generica adesione ai principi liberali dei diritti politici come la libertà di parola, pensiero, stampa e religione, in Europa i liberali – o sedicenti tali – non si muovono sulla base di una visione comune, ma di contingenze, congiunture, mentre in America vi sono temi sui quali, a parte frange estreme da una parte e dall’altra, l’essere originariamente liberali prevale su tutto: quando sono in gioco le fondamenta stesse del liberalismo, i diritti naturali e inalienabili dell’uomo. Come durante la guerra fredda la minaccia del comunismo sovietico ha posto i liberali americani di qualsiasi corrente e partito su un unico fronte, così oggi, davanti alla minaccia del terrorismo internazionale, al di là di questioni di opportunità politica e strategie militari che dividono l’opinione pubblica, i liberali di tutte le estrazioni si sentono nuovamente chiamati a combattere una battaglia che ha a che fare con le ragioni stesse della loro esistenza. Il dibattito, comunque, è aperto, e la speranza che si arrivi ad una definizione trans-atlantica del termine liberale dipenderà anche dalla capacità degli europei di riscoprirne il significato originario.

2 commenti:

  1. Di solito i grilli parlanti mi sono antipatici, ma questa volta devo ricredermi. Il suo testo unisce qualità difficili da trovare(tutte insieme)in rete: chiaro, ben scritto e perfino utile. Grazie, continuerò a leggerla.

    Andrea Bonoldi

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  2. Ottima analisi e soprattutto chiara ed esauriente. In questo momento così complesso e difficile i concetti da lei espressi dovrebbero essere ampiamente messi in risalto. La nostra governance dovrebbe trarre spunto dai suoi argomenti e tentare di rilanciare davvero l'economia in questo povero e malconcio paese.

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