Forse
è superfluo tornare sull’argomento perché è fin troppo chiaro che la spending
review non riguarda tanto tagli strutturali, quanto un cambio di destinazione
di soldi pubblici che nei prossimi anni verranno spesi comunque, ma non si può
non insistere sull’insensatezza di determinate scelte. E’ troppo facile usare
la mannaia a caso e poi sostenere che sono le lobbies e gli interessi
particolari a mettersi di traverso per proteggere il proprio orticello.
C’è
indubbiamente del vero in questo, nessuno nega che l’Italia sia un paese
corporativo, ma ci sono delle ragioni precise per questo, ragioni che sarà il
caso di approfondire, ma procediamo per gradi. E’ apprezzabile il cambio di
rotta (di forte impatto culturale, soprattutto) sugli statali, ed è giusta la
razionalizzazione di uffici e servizi pubblici, ma i criteri con cui sono stati
scelti i destinatari della cancellazione sono incomprensibili. Per i tribunali
si è parlato di produttività, ma se si fosse proceduto con questo principio non
rischierebbero uffici piccoli e ben organizzati, che forniscono buoni servizi
ed hanno un oggettivo alto tasso di efficienza. E lo stesso vale per i tagli
alla sanità, che riguardano posti letto, forniture farmaceutiche e convenzioni
con i privati. Passi la chiusura di strutture molto piccole (anche se non di
rado offrono ottimi servizi), e speriamo che non si creino disagi tali da
privare qualche comunità di un ospedale nel raggio di decine di chilometri, ma
per il resto non chiamatela proprio spending review.
Sprechi, disorganizzazione
e politicizzazione dei vertici delle aziende ospedaliere (le tre cause
principali dei costi di tali strutture) non vengono neanche sfiorati, mentre si
riducono ulteriormente i già insufficienti servizi ai malati. Ha senso quando ti
può succedere di arrivare al pronto soccorso di un grande ospedale romano in
pericolo di vita e non avere alcuna speranza di essere ricoverato? Quando per
curarti un certo tipo di lesione un caporeparto ti spiega che esiste un
programma molto avanzato, in grado di calcolare al millimetro la riduzione del
perimetro della ferita, ma che – non essendoci speranza che l’azienda lo compri
– sta tentando di procurarselo più o meno lecitamente? O quando chiami il cup
per prenotare una visita ortopedica e ti dicono che le prenotazioni sono chiuse
e nessuno sa quando riapriranno, forse il prossimo anno? Questa è la sanità
italiana. Un sistema disastrato che rende difficile persino finire nelle mani
dei bravi medici, che pure ci sono e sono tanti.
E’
difendere il proprio orticello sostenere che i tagli ai servizi sono l’ultimo
torto al cittadino da parte di uno Stato ingordo ed elefantiaco incapace di
mettersi a dieta? Volete tagliare? Bene, allora controllate cosa funziona e
cosa no. Fate lavorare la Corte dei Conti, abolite le province (tutte), gli
enti pubblici (una miriade) inutili quando non dannosi, le consulenze esterne, gli
osservatori, i gruppi di lavoro, le agenzie, le facoltà universitarie con
indirizzi ridicoli nate come funghi negli ultimi anni; tagliate i fondi alle
associazioni costituite sul nulla e a quelle no profit (purtroppo ce ne sono)
che invece di occuparsi del bene altrui con i sussidi statali pagano feste e
cene, alle fondazioni che non producono niente, alle aziende che non li
meritano; mettete un freno alle autonomie, ai palazzi di rappresentanza, alle
auto blu, ai convegni, a voi stessi, alle vostre spese. Non chiamate spending
review tagli secchi orizzontali che non produrranno altro effetto che mettere
definitivamente in ginocchio chi è ancora in piedi nonostante lo Stato.
E
veniamo al corporativismo. Si potrebbero citare molte ragioni storiche per cui
in Italia è così radicato, ma ci si può limitare a dire perché nessuna spending
review lo sradicherà. Perché in Italia se non fai parte di qualcosa non sei
niente, non esisti. E non nel senso che non sei importante o ben introdotto in ambienti
elitari: nel senso che non sei in grado di ottenere e far valere quelli che sulla
carta sono i tuoi diritti. C’è una differenza abissale tra chi usa amicizie e
conoscenze per ottenere privilegi o per occupare posizioni che non merita, e
chi sa che le liste d’attesa negli ospedali sono fatte con la matita e la gomma
e se non ha un referente rischia di veder slittare il suo intervento, o quello
di una persona cara, a tempo indeterminato. In Italia devi poter contare su
qualcuno per avere una vita normale.
Chi si accorge dei lavoratori non iscritti
a qualche sindacato? A chi interessano i problemi delle categorie che non
scendono in piazza, non paralizzano il Paese o non spaccano qualche vetrina?
Cosa può il singolo cittadino, da solo, contro la burocrazia e l’apparato
pubblico? Se in Italia non esiste solo la mafia - intesa come criminalità
organizzata - ma soprattutto una mentalità mafiosa, cioè l’idea che per
ottenere le cose, anche quelle legittime, sia necessario appartenere a
qualcosa, avere un amico, è perché la società civile come insieme di individui
che hanno un peso specifico in quanto singoli cittadini non conta nulla. E
questo è colpa dello Stato, non del dna corporativo degli italiani. E’ colpa di
uno Stato che invece di fondarsi sull’individuo e la libertà dei singoli si
basa sul lavoro (concetto quantomai astratto quando diventa valore fondante), e
sui partiti (che infatti hanno svolto un ottimo ruolo di uffici di
collocamento), ed è bravissimo a prevaricare e latitante quando si tratta di
garantire, proteggere, tutelare, servire e rispettare il cittadino. Le lobbies
all’italiana nascono, crescono e proliferano tra i buchi delle maglie
istituzionali, e per sradicarle ci vuole una rivoluzione culturale che colpisca
in primis l’apparato più corporativista del Paese: lo Stato. Altro che spending
review.
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