sabato 20 ottobre 2012

L'ipoteca sulle primarie del Pd


Siamo fatti. Se, fino a pochi giorni fa, nel caos assoluto che regna sovrano nella politica e nei partiti italiani, le primarie del Pd rappresentavano un barlume di speranza, un appiglio psicologico, un antidolorifico mentale anche per gli elettori delusi del centrodestra, ora la realtà torna prepotente a picchiare in piena faccia.
Il confronto tra Renzi e Bersani poteva rappresentare qualcosa di determinante nell’attuale fase politica; non solo una grande prova democratica cui il partito meno incline – per bagaglio storico e culturale – a questo tipo di giudizio popolare aveva deciso di sottoporsi, bruciando nei tempi e nei modi il deserto di idee e di uomini cui è ridotto il Pdl, ma anche un esperimento concreto dal quale partire per ripensare la legge elettorale e l’architettura parlamentare. Insomma, un regalo di cui questo paese aveva veramente bisogno. Una chimera inseguita fino a quando abbiamo creduto, o ci siamo voluti illudere, che le primarie del Partito democratico, per la prima volta, sarebbero state effettivamente aperte, autentiche. E d’altronde i presupposti per crederci non mancavano. Quando mai, nella sinistra italiana, si era visto un “ragazzino”, un outsider, sfidare la nomenklatura del partito – gente cresciuta alla scuola politica e umana del Pci – riempire le sale parlando di rottamazione, di ricambio generazionale, di mercato, lavoro ed economia in termini liberali? E quando mai si era visto il partito incassare con una certa nonchalance, accettare la sfida e dichiarare aperta la partita? Per un attimo è sembrato persino che la scommessa di Veltroni, quel padre del partito democratico immediatamente punito e messo da parte per aver creduto in una definitiva svolta socialdemocratica dei resti del Pci - oltre che per essersi illuso di poterla attuare con l’aiuto degli integralisti cattolici della Margherita – potesse concretizzarsi proprio quando il restante quadro politico andava disintegrandosi.
Invece no. Una mattina i dirigenti del Pd si sono svegliati e hanno fatto due conti, accorgendosi che Renzi, le maledette primarie, poteva vincerle per davvero. Panico. E’ scattato il delirio. Perché che il sindaco di Firenze potesse minacciare veramente la leadership di Bersani - e non solo - non ci avevano creduto nemmeno per un minuto. Era tutta una farsa. Le primarie, secondo loro, dovevano andare come le volte precedenti: tutto chiaro pronto e stabilito, nome cognome e ruolo. Senza sorprese e senza stress per le enormi aspettative che la loro falsa bonomia aveva creato nell’intero corpo elettorale italiano. Bisognava correre ai ripari, e poche mattine dopo ci siamo svegliati noi con l’improvvisa candidatura di Vendola e la mega assemblea per stabilire le regole delle primarie. Quelle nuove, perché le vecchie, all’improvviso, non andavano più bene. Lo si è fatto, è stato detto, per permettere a Renzi di candidarsi (il che già dovrebbe far riflettere sulla liberalità dello statuto del Pd), e sarà certamente per questo che è stato proposto e votato (pare) il doppio turno e l’impossibilità per chi non si è registrato al primo di votare al secondo. E di sicuro non è stato fatto per disincentivare la votazione dei potenziali elettori di altri partiti, e men che meno per fare in modo che Bersani e Vendola, al secondo turno, si uniscano per vincere inesorabilmente. Con la stessa ottica, non è per questa eventuale alleanza che il segretario del Pd e il leader di Sel hanno firmato una carta d’intenti, per il futuro governo, che è una dismissione oggettiva dell’operato del governo Monti e una presa di distanza totale dalla visione renziana dei problemi del paese. Ma poi, è davvero così? Perché in realtà nessuno, finora, ha capito veramente con quali regole si andrà a votare alle primarie. Nel caos generale quello che era uno spiraglio è diventato una nebulosa dalla quale nemmeno i dirigenti del partito stesso riescono ad uscire. Il documento firmato all’assemblea non è chiaro, è suscettibile di diverse interpretazioni e il risultato è che i giorni passano in trattative serrate quanto segrete. Sembra una barzelletta invece è un fatto storico.
Perché vedere in un servizio televisivo un signore che spiega al giornalista, senza alcuna reticenza, che tutti i settori sindacali della Cgil voteranno in blocco per Bersani, significa che la militarizzazione partitica e sindacale dei tempi del Pci resiste al tempo e agli uomini. E che gli uomini non hanno alcuna intenzione, al di là delle apparenze e dei cambi di nome e simbolo, di intaccarlo. Anzi. Sono impazziti proprio quando hanno capito che la struttura rischiava di essere minata sul serio da un “pazzo” che si è messo a dire che devono andare tutti a casa, e hanno fatto quadrato. Una volta certi eccessi di zelo venivano puniti con metodi draconiani, oggi bastano Vendola e le regole delle primarie, ma la sostanza non è cambiata, e il nodo della questione è tutto qua.
Resta il fatto che Renzi ha rotto il recinto e i buoi, impazziti, sono usciti. Veltroni, che ha saputo aspettare con calma e sangue freddo per quattro anni, si è preso la sua rivincita annunciando di non ricandidarsi, uscendo così a testa alta dal Parlamento e bruciando sul tempo e lo stile tutti i suoi colleghi; tanto di cappello. Mentre d’Alema, il cinico, affettato e sprezzante d’Alema, ha perso la testa e ha dichiarato guerra a Renzi perché non accetta che questo ragazzino impudente possa davvero obbligare la classe dirigente del Pd, quella che a suo tempo ha saputo aspettare il proprio turno con due piedi in una scarpa, ad andare a casa in massa, e gli altri, sostanzialmente, non sanno che pesci prendere. Uno scompiglio totale. Il destino del Pd, ma anche, per molti aspetti, dell’Italia intera, ora, è nelle mani degli elettori democratici che voteranno alle primarie. Sapremo così, una volta per tutte, se per la prima volta nella storia italiana l’elettorato di sinistra sarà più moderno e riformista della sua classe dirigente, oppure se dal caos attuale passeremo direttamente al disastro annunciato delle prossime elezioni.

domenica 14 ottobre 2012

La crisi ai tempi dei socialnetwork



Ci vogliono le spalle larghe per sopportare l’annichilimento mediatico che piove ogni giorno da giornali, tv, radio, internet e social network. Crisi economica, spread altalenante, paesi in bilico, l’intera Europa che barcolla, violenza e criminalità che aumentano in modo direttamente proporzionale all’impoverimento generale e all’incertezza imperante, l’estremismo islamico che uccide, si allarga a macchia d’olio e lavora per conquistare tutto il confine meridionale europeo nel silenzio e nel disinteresse generali, l’antisemitismo che riesplode nel cuore dell’Europa, la Siria che tortura e massacra i suoi bambini, l’Iran che gioca indisturbata al piccolo chimico con buona probabilità di essere presto in grado di cambiare drasticamente la cartina geografica del Medioriente, e molto, molto altro.
In mezzo a questa bufera quelli che riescono a tenere la testa fuori dall’acqua sono i giornalisti, che si cibano dello stesso veleno che distribuiscono con una certa estraneità, come i medici che a forza di vederne di tutti i colori smettono di immedesimarsi e impietosirsi. Bisogna pur sopravvivere. So bene che per il giornalista la priorità è la notizia, la rassegna stampa, sapere, scrivere, ragionare. In una parola, lavorare. Sì, ma oggi non mi va di lavorare. Oggi mi prendo una pausa e vesto i panni dell’altra me: la cittadina, la donna, la madre, la moglie, la persona che combatte la battaglia quotidiana per la vita, una battaglia che si è fatta sempre più difficile e che è scandita da domande oramai divenute ossessive: ce la faremo anche questo mese? L’euro sopravviverà? Siamo in grado di pagare tutto? I conti sono in ordine? I documenti fiscali sono a posto? Questa medicina sarà prescrivibile? Possiamo permetterci questa visita urgente? Ci saranno prodotti in offerta al supermercato? Questo lavoro me lo pagheranno? Quanto costa la benzina oggi? Prendo la macchina o vado a piedi? Quale scuola per nostro figlio? Ce la facciamo a fargli fare un’attività extrascolastica? Come pagheremo il mutuo se la crisi peggiorerà? Che faremo se dovessimo ammalarci? Dormirò stanotte?
No, penso di no. Meglio prendere le gocce. È così che il cittadino subisce sulla propria pelle una realtà su cui ha un potere limitato, come le notizie di cui giornalisti e commentatori parlano e dibattono in tv e sulla carta stampata, spesso con il distacco di chi sta comunque dall’altra parte della barricata, anche se poi, di fatto, non è così. Perché, con le dovute proporzioni, nei guai fino al collo ci stiamo tutti e la rabbia si diffonde in modo assolutamente democratico: senza distinzione di classe, ceto, reddito. Ma, d’altronde, come si fa a rimanere calmi con gli scandali che travolgono l’Italia da nord a sud, i partiti che si disfano, le faide interne, le scaramucce tra rappresentanti del vecchio establishment (incollati alla propria inutile superbia) e giovani rampanti non sempre sufficientemente concreti, per non parlare dei terzi incomodi che festeggiano la vittoria di Chavez sperando di riportare indietro le lancette della storia di un paio di secoli? Come si fa a non scoraggiarsi di fronte ad una politica che continua a non vedere oltre il proprio naso, isterica tra le pastoie di una legge elettorale che non si sa se riuscirà mai a partorire, e il fuggi fuggi generale di chi, in vista delle elezioni, smania per lasciare incarichi subalterni e puntare dritto al Parlamento?
È in questo quadro generale che il governo si riunisce fino a notte tarda per varare una serie di provvedimenti. Per la crescita, pensano tutti. Sbagliato. Spiccano, tra le decisioni prese, il taglio di un punto percentuale dell’Irpef per i redditi fino a 28mila euro, l’aumento dell’Iva e i tagli della nuova spending review: 600mila euro nel settore sanità e l’operazione “cieli bui”. Quest’ultima, in particolare, sembra un effettivo incentivo agli unici settori che non soffrono la crisi: criminalità e psicoanalisi. Più oscurità per tutti. Anche la minaccia di un ulteriore taglio alla sanità  dà da tremare. Essendo arcinoto che il buco nero del settore è determinato dagli sprechi e dalla malagestione, sarebbe forse opportuno concentrarsi sulla trasparenza della spesa e il controllo della dirigenza, o altrimenti farsi una passeggiata per i reparti e parlare con qualche capoinfermiere. Per scoprire che ogni singola benda viene protetta sottochiave per evitare che finisca in un altro reparto in cui mancano perché “rubate” da un altro reparto ancora e così via. Le fasce come qualsiasi altra cosa.
Spariscono persino le fotografie, quelle che testimoniano il percorso di guarigione, magari, di una ferita da decubito o da diabete e che vengono usate a scopo didattico. E l’Iva? Compensata dal taglio dell’Irpef? Nemmeno per idea. Perché l’aumento si cumula. Non solo all’aumento di un punto percentuale già effettuato dal governo Monti all’inizio del mandato, ma ai rincari determinati in ogni singolo settore. Col risultato che il prezzo del prodotto finale e’ fissato dall’insieme degli aumenti della benzina, dell’elettricità, del trasporto, delle materie prime... Con tutto ciò che ne deriva in termini di produttività, occupazione, reddito. Una rovina. Ma, per tirarmi su, posso sempre ricordare a me stessa che c’è la concreta possibilità che fra un paio di mesi l’Iran abbia messo a punto la bomba atomica, e che tutti questi problemi si trasformeranno, improvvisamente, in chiacchiere da cortile.

martedì 2 ottobre 2012

Il bisogno di sana e robusta Costituzione


La storia non perdona e prima o poi presenta il conto. E il senso profondo del momento storico che l’Italia sta vivendo è tutto in questo debito. E’ come se, dopo averlo tenuto chiuso a forza per decenni, il vaso di Pandora fosse imploso lasciando fuoriuscire tutti i mali italiani, tutti insieme: corruzione, immoralità, criminalità, inettitudine, inefficienza, malagiustizia, malasanità, crisi economica. Nulla si salva e tutto contribuisce ad impedire che un paese già molto in bilico possa veramente risollevarsi. Il posto d’onore, in questa graduatoria del male, spetta alla politica, ai partiti, ai rappresentanti delle istituzioni, a coloro che - nell’arco di vita del governo tecnico presieduto da Mario Monti - hanno saputo opporre alla sfiducia, alla disperazione e ai sacrifici degli italiani, scandali, festini, spese folli, facce da maiali, abiti da ancelle e triclini del degrado. Perché più di questo, della civiltà greco-romana, non sanno e non hanno mai capito.
E’ chiaro a tutti, ormai, che è stato di molto superato il limite della sopportazione, e che alla rabbia degli italiani manca solo un buon vettore per esplodere, ma a questo clima la politica risponde con una superbia e un’arroganza che lasciano esterrefatti. Perché? Forse perché sa che la libertà delle decisioni che prende, anche quelle più indecenti, è sancita, ebbene sì, dalla Costituzione. O, per meglio dire, dagli articoli relativi ai poteri e all’organizzazione dello Stato, che garantiscono ai parlamentari di potersi autodeterminare lo stipendio senza che un governo Monti qualsiasi possa intervenire; permettono alle regioni di costituire gruppi composti da un solo consigliere e di aumentarsi a dismisura i rimborsi elettorali senza che il governo possa impedirlo, e sono fonte diretta dell’ingovernabilità italiana e origine della sproporzione tra il potere partitocratico e quello elettorale, cioè tra la politica e i cittadini. Certo, nessuno di questi abusi di potere è stabilito dalla Costituzione, sono tutti figli di un uso della Carta magari diabolico, sì, ma pur sempre legale. Perché il problema è l’autoreferenzialità, la vaghezza e l’ampiezza dei margini d’azione riservati alla classe politica senza che il contrappeso del voto possa scalfire un sistema costruito non tanto sulle direttive costituzionali, quanto su ciò che la Costituzione non vieta.
E’ così che una classe dirigente esentata dal controllo popolare (il voto cambia maggioranze e alleanze, ma, potendosi rivolgere solo a queste per l’attuazione di riforme che limitino il loro stesso potere e la loro discrezionalità, non ottiene mai i cambiamenti sperati, nemmeno con l’arma dei referendum abrogativi, i cui risultati vengono sistematicamente ignorati o aggirati) ha approfittato degli ampi spazi di manovra riservatele da una Costituzione che rispecchiava le paure dell’autoritarismo fascista, e i reciproci pregiudizi della guerra fredda, per costruire una torre eburnea, intoccabile, di potere e privilegi. E’ per questo che, di fronte agli scandali che la colpisce, si giustifica sostenendo che la legge, purtroppo, lo consente; è per questo che ogni tentativo di riforma che incida profondamente nella vita pubblica viene bollato come un attacco alla Costituzione, al cuore della democrazia, ed è per questo che andare a votare tra cinque o sei mesi servirà solo a costituire l’ennesima accozzaglia governativa a breve termine, l’ultima cosa di cui l’Italia ha bisogno.
Certo, qualcosa si muove. Ci sono fenomeni come Matteo Renzi o Fermare il declino, interessanti non solo per lo scombussolamento che intendono provocare nel quadro politico, ma anche e soprattutto per il tipo di istanze di cui si fanno portavoce. Riforme che vanno oltre gli schemi ideologici, tipiche di tutte le democrazie liberali occidentali, che in Italia non sono mai state portate a termine per tre ragioni: esasperazione del conflitto politico, scarsa determinazione, ingovernabilità. Un fallimento aggravato dalla cecità di chi si ostina a non vedere le proprie colpe e a non proporre soluzioni credibili. Nessuno che si alzi in piedi e abbia il coraggio di dire che l’unico voto utile, dopo Monti, sarebbe quello per eleggere una nuova assemblea costituente. Perché se il paese va cambiato profondamente, come sostengono tutti, non basta sperare che un nuovo esecutivo riesca laddove si è fallito per vent’anni; è necessario dotarlo degli strumenti necessari. La Costituzione, nella parte dei principi fondanti la repubblica, è un paradigma non soltanto da salvaguardare, ma anche da inverare. E’ straordinario come nessuno si scandalizzi per la frequenza con cui i suoi pronunciamenti siano disattesi, mentre ogni proposta di modifica è sentita come una attacco alla vita democratica del paese. Non è così. Un paese nazionalista e orgoglioso come la Francia ha cambiato la propria carta costituzionale cinque volte senza calpestare i principi di fondo che l’avevano ispirata. Perché noi no? Perché non ora che il momento storico è favorevole? Potremmo ancora averla una Costituzione che salvaguardi il decentramento impedendo la costituzione di venti miniparlamenti con relativi poteri, sprechi e spartizioni; che superi il bicameralismo perfetto, che garantisca la governabilità, che ponga limiti alla fame dei partiti e della politica, all’autoreferenzialità, all’eccesso di discrezionalità politica e giudiziaria, che garantisca effettivi poteri di controllo agli organi che pure sono stati pensati per questo scopo, e che ristabilisca un equilibrio nel rapporto tra stato e cittadino. Potremmo. Ma prima, temo, dobbiamo trovare un modo civile e democratico per spazzare via l’attuale classe dirigente.

mercoledì 26 settembre 2012

L'Occidente spiana la strada agli integralisti


Primavera araba potrebbe essere il nome di un drink. Uno di quelli forti, che si beve ad occhi chiusi per non pensarci più. Solo che poi il risveglio è durissimo. C’è molto su cui riflettere. Ci sono tutti i nodi che l’Occidente si è rifiutato di affrontare e che ora vengono furiosamente al pettine. Sgombrato il campo dalla falsa idea che un film semi-sconosciuto, per quanto deplorevole, possa aver scatenato l’ondata di violenza che è costata la vita all’ambasciatore Stevens e ad altri innocenti (ma anche se si fosse trattato davvero di una reazione spontanea alla diffusione della pellicola ritenuta blasfema, non dovremmo porci qualche domanda?), quello che alcuni analisti chiamano risveglio arabo è l’ovvia conseguenza del vuoto di potere creatosi dopo la caduta dei vecchi regimi in Egitto, Tunisia e Libia. Magari era proprio nel timore di scenari come questi che qualcuno aveva manifestato qualche perplessità sull’opportunità di intervenire militarmente contro Gheddafi, sentendosi accusare di simpatie filo-tiranniche e opportunismo economico, mentre i dubbi su una guerra che ha cambiato il destino della Libia erano più che giustificati, anche per le modalità con cui è stata decisa e condotta: la Francia ha lanciato l’idea, l’Europa si è accodata, l’America ha fatto il minimo indispensabile, l’opposizione della Russia è stata facilmente aggirata, l’opinione pubblica non ha obiettato più che tanto, e il pacifismo d’ordinanza non si è fatto né vedere né sentire. Un ottimo ritorno d’immagine (l’Occidente che si muove per sostenere il popolo libico nella cacciata del suo odioso dittatore) con relativo poco sforzo. Tutto bene, dunque? Proprio no. Perché la fine di Gheddafi e il sostegno incondizionato ai giovani protagonisti della primavera araba avevano un significato e un valore che è stato totalmente rinnegato all’alba delle rivolte in Siria. L’Occidente che si illude di poter intervenire a seconda delle circostanze e senza prendersi la responsabilità delle conseguenze delle sue azioni – materiali e morali – è lo stesso che è caduto dal letto la mattina dell’assalto al consolato americano di Bengasi e dell’uccisione dell’ambasciatore Chris Stevens.
E’ stato il totale disimpegno americano ed europeo per la repressione e la distruzione di intere città e popolazioni siriane a creare le condizioni per l’esplosione di violenza che sta infiammando i paesi arabi. Perché il messaggio è stato chiaro: l’Occidente si è schierato a favore di un non meglio specificato processo di democratizzazione, ha armato i ribelli ed è intervenuto militarmente senza preoccuparsi di gestire il passaggio dalla guerra civile ad un nuovo ordinamento. Caduti i vecchi dittatori, succeda quel che succeda. E infatti è successo. Illusasi, forse, di poter contare sul sostegno occidentale, la rivolta si è estesa fino in Siria, dove si è arrestata non tanto a causa della repressione, quanto dell’indifferenza e del realismo pavido di un’America alle prese con la campagna elettorale per le presidenziali, e di un’Europa che senza le alzate di scudi della Francia di Sarkozy non sarebbe andata nemmeno in Libia (non è curioso che Obama punti sull’immobilismo per essere rieletto mentre l’ex presidente francese abbia tentato la carta della guerra a scopo umanitario per lo stesso motivo?).
Quello che resta, è la definitiva presa di coscienza da parte degli integralisti della capacità dissuasiva dell’Iran. I suoi alleati, Siria in primis, non si toccano; Hezbollah, in Libano e nella striscia di Gaza, si fa ogni giorno più minaccioso e aggressivo nei confronti di un Israele sempre più odiato, isolato e circondato, ed anche quando gli Stati Uniti vengono attaccati durissimamente con un’azione chiaramente premeditata e preparata per mesi, non a caso perpetrata nei giorni dell’anniversario dell’11 settembre, l’Occidente non trova di meglio che scagliarsi contro le presunte responsabilità di un film semi-ignoto spingendosi, per voce di qualche intellettuale europeo, ad ipotizzare l’istituzione di una nuova fattispecie di reato che punisca il presunto vilipendio al sentimento religioso islamico. E il governo americano arriva persino a scusarsi mentre le sue bandiere bruciano e le sue ambasciate vengono assaltate. Certo, Obama - il presidente meno incline alla politica estera della storia americana - ha promesso di dare la caccia e punire i responsabili della morte di Chris Stevens e dei suoi collaboratori, ha mosso uomini e mezzi, ma mostrare i muscoli e chiedere scusa è una contraddizione che non risolverà nulla. Volenti o nolenti abbiamo spianato la strada alla presa di potere degli estremisti in Libia ed Egitto mostrandoci superficiali, pavidi, inetti. Il risultato è l’esplosione di una bomba ad orologeria i cui danni non sono attualmente calcolabili e le cui conseguenze sono indecifrabili. Quel che è certo, è che i ribelli siriani che abbiamo abbandonato al proprio destino li piangeremo per molto tempo.

mercoledì 25 luglio 2012

La resa dell'Occidente all'Islam


Quando l’Europa deciderà di aprire gli occhi, e di guardare ad Israele come ad un baluardo fondamentale dell’Occidente, presumibilmente sarà troppo tardi. Perché il problema non è tanto l’Iran o Hezbollah; è la mancata integrazione politica, il grigiore culturale, l’appiattimento ideologico, l’assenza di prospettive a lungo termine. Cose che minano, rischiando di distruggere definitivamente, le fragili fondamenta di un continente dalla storia plurimillenaria. La crisi economica sta dimostrando ogni giorno, e molto duramente, dove ci abbia portato una visione troppo superficiale e disinvolta dell’unificazione europea, che ha dato alla UE un cospicuo numero di membri, una grande estensione territoriale, milioni di abitanti e un immenso mercato interno, senza riuscire tuttavia ad esprimere un documento fondamentale di condivisione di valori e finalità, un Parlamento titolare di poteri decisionali, una politica estera comune, una concezione analoga della sicurezza territoriale, una strategia condivisa contro il terrorismo, la criminalità, l’immigrazione clandestina, la speculazione finanziaria. Nemmeno una banca che stampi moneta. E lo spread è come l’antisemitismo: interessato fino ad un certo punto a quello che fanno i singoli paesi, e sensibilissimo all’immagine che l’Europa è in grado di dare di sé in quanto insieme di paesi che condividono metodi e obiettivi. Economici, in un caso, politici e morali, nell’altro.
Si può ragionare a lungo sul fatto che i paesi europei geograficamente più vicini al Medioriente si prestino maggiormente come base logistica e operativa agli attentati terroristici, ma il punto non è questo. Burgas è un luogo facile e simbolico (in quanto località turistica) da colpire, certo, ma in questi ultimi mesi il susseguirsi di attacchi agli ebrei (perché solo di questo si tratta), è stato regolarmente accompagnato da una sottostima della matrice antisemita e del campanello d’allarme di una escalation preoccupante. Bisogna ricordarsi che in Europa l’antisemitismo non è mai stato superato, che sulle ceneri del vecchio si cumula e sedimenta quello d’importazione dei nuovi cittadini europei, e che il sentimento antiebraico è una panacea consolidata per tutte le frustrazioni da guerre e crisi economiche; non c’è dramma planetario che non venga in qualche misura attribuito allo zampino del sionismo mondiale.
Di fronte a queste realtà, che oggi si ripresentano nella forma più aggressiva, l’Europa rifiuta di vaccinarsi e tutelarsi. Come nel campo economico e finanziario, ogni paese va per conto suo, sia sotto il profilo della sicurezza che dei rapporti con Israele, e i risultati variano dai boicottaggi economici e culturali alle frontiere colabrodo per i terroristi. L’unica cosa su cui tutti sembrano d’accordo è la negazione del minuto di silenzio ai giochi olimpici di Londra in ricordo del quarantesimo anniversario della strage di Monaco ’72. Ma qualunque difesa è vana se in Svezia basta sposare un nativo per ottenere la cittadinanza; se la Bulgaria, che è storicamente abbastanza immune all’antisemitismo, non sente la necessità di controllare chi entra e chi esce dai propri confini; se la Francia preferisce attribuire la strage di Tolosa a un pazzo piuttosto che ammettere di essere uno dei paesi in cui l’antisemitismo è maggiormente radicato e diffuso; se l’Europa intera non avverte la minaccia alla propria sopravvivenza di una politica di accoglienza imbelle e indiscriminata. Il kamikaze di Burgas non ha ancora un nome, ma il governo si affretta a dichiarare senza riserve che non si tratta di un cittadino bulgaro, e la Svezia nega che possa essere un proprio connazionale di origini algerine uscito da Guantanamo nel 2004. Ma per ora non c’è alcuna certezza e le indagini proseguono. A prescindere da chi ci sia dietro l’attentato in Bulgaria, e dal perché sia stato attuato, il dato che deve far riflettere è quello che Raphael Israeli - professore di storia dell’Islam, del Medioriente e della Cina all’Università Ebraica di Gerusalemme - chiama incompatibilità tra Islam ed Europa, e quello che ne consegue. Due aneddoti vissuti e raccontati recentemente dallo stesso Israeli: nella cittadina svedese Malmo, su 300mila abitanti un terzo è musulmano e molti svedesi si sentono stranieri a casa propria, e forse lo sono, se un residente commerciante islamico ha sostenuto senza ombra di perplessità che, nonostante in Svezia si viva bene, i musulmani non ne possono accettare la bandiera in quanto è caratterizzata dal simbolo della croce. Secondo Israeli questo è un tipico esempio di incompatibilità, ma l’accademico israeliano ne cita altri, ancora più allarmanti. A Londra ha incontrato un imam yemenita, molto affabile e gentile, che a causa di un handicap fisico riceve dalle istituzioni inglesi una cospicua pensione di invalidità con la quale mantiene tutta la famiglia. Invitato ad ascoltare la preghiera del venerdì, Israeli si è recato in moschea ed ha personalmente assistito all’incitamento dell’imam a recarsi in Afghanistan ad imparare la jihad. A preghiera terminata, Israeli gli ha chiesto se non fosse contraddittorio vivere grazie alle istituzioni inglesi e poi predicare la guerra contro l’Occidente, e l’imam ha risposto che tutto è temporaneo, che tra vent’anni in Europa sventolerà la bandiera islamica, quindi perché, nel frattempo, non approfittare? L’espansionismo, sostiene Israeli, è connaturato all’Islam, che ha tentato la conquista dell’Europa dall’ottavo secolo in poi con le armi, venendo sempre sconfitto. Ora però la guerra è condotta con l’immigrazione, e tre, in particolare, sono le minacce: la crescita demografica, la riunificazione familiare e le conversioni degli europei, che sono in aumento.
Se Raphael Israeli ha ragione, è probabile che l’Europa si rialzerà dalla crisi economica, ma dal punto di vista culturale, a meno di una straordinaria presa di coscienza, è lecito temere che la sconfitta sia alle porte.

martedì 17 luglio 2012

Perché serve una rivoluzione culturale


Forse è superfluo tornare sull’argomento perché è fin troppo chiaro che la spending review non riguarda tanto tagli strutturali, quanto un cambio di destinazione di soldi pubblici che nei prossimi anni verranno spesi comunque, ma non si può non insistere sull’insensatezza di determinate scelte. E’ troppo facile usare la mannaia a caso e poi sostenere che sono le lobbies e gli interessi particolari a mettersi di traverso per proteggere il proprio orticello.
C’è indubbiamente del vero in questo, nessuno nega che l’Italia sia un paese corporativo, ma ci sono delle ragioni precise per questo, ragioni che sarà il caso di approfondire, ma procediamo per gradi. E’ apprezzabile il cambio di rotta (di forte impatto culturale, soprattutto) sugli statali, ed è giusta la razionalizzazione di uffici e servizi pubblici, ma i criteri con cui sono stati scelti i destinatari della cancellazione sono incomprensibili. Per i tribunali si è parlato di produttività, ma se si fosse proceduto con questo principio non rischierebbero uffici piccoli e ben organizzati, che forniscono buoni servizi ed hanno un oggettivo alto tasso di efficienza. E lo stesso vale per i tagli alla sanità, che riguardano posti letto, forniture farmaceutiche e convenzioni con i privati. Passi la chiusura di strutture molto piccole (anche se non di rado offrono ottimi servizi), e speriamo che non si creino disagi tali da privare qualche comunità di un ospedale nel raggio di decine di chilometri, ma per il resto non chiamatela proprio spending review.
Sprechi, disorganizzazione e politicizzazione dei vertici delle aziende ospedaliere (le tre cause principali dei costi di tali strutture) non vengono neanche sfiorati, mentre si riducono ulteriormente i già insufficienti servizi ai malati. Ha senso quando ti può succedere di arrivare al pronto soccorso di un grande ospedale romano in pericolo di vita e non avere alcuna speranza di essere ricoverato? Quando per curarti un certo tipo di lesione un caporeparto ti spiega che esiste un programma molto avanzato, in grado di calcolare al millimetro la riduzione del perimetro della ferita, ma che – non essendoci speranza che l’azienda lo compri – sta tentando di procurarselo più o meno lecitamente? O quando chiami il cup per prenotare una visita ortopedica e ti dicono che le prenotazioni sono chiuse e nessuno sa quando riapriranno, forse il prossimo anno? Questa è la sanità italiana. Un sistema disastrato che rende difficile persino finire nelle mani dei bravi medici, che pure ci sono e sono tanti.
E’ difendere il proprio orticello sostenere che i tagli ai servizi sono l’ultimo torto al cittadino da parte di uno Stato ingordo ed elefantiaco incapace di mettersi a dieta? Volete tagliare? Bene, allora controllate cosa funziona e cosa no. Fate lavorare la Corte dei Conti, abolite le province (tutte), gli enti pubblici (una miriade) inutili quando non dannosi, le consulenze esterne, gli osservatori, i gruppi di lavoro, le agenzie, le facoltà universitarie con indirizzi ridicoli nate come funghi negli ultimi anni; tagliate i fondi alle associazioni costituite sul nulla e a quelle no profit (purtroppo ce ne sono) che invece di occuparsi del bene altrui con i sussidi statali pagano feste e cene, alle fondazioni che non producono niente, alle aziende che non li meritano; mettete un freno alle autonomie, ai palazzi di rappresentanza, alle auto blu, ai convegni, a voi stessi, alle vostre spese. Non chiamate spending review tagli secchi orizzontali che non produrranno altro effetto che mettere definitivamente in ginocchio chi è ancora in piedi nonostante lo Stato.
E veniamo al corporativismo. Si potrebbero citare molte ragioni storiche per cui in Italia è così radicato, ma ci si può limitare a dire perché nessuna spending review lo sradicherà. Perché in Italia se non fai parte di qualcosa non sei niente, non esisti. E non nel senso che non sei importante o ben introdotto in ambienti elitari: nel senso che non sei in grado di ottenere e far valere quelli che sulla carta sono i tuoi diritti. C’è una differenza abissale tra chi usa amicizie e conoscenze per ottenere privilegi o per occupare posizioni che non merita, e chi sa che le liste d’attesa negli ospedali sono fatte con la matita e la gomma e se non ha un referente rischia di veder slittare il suo intervento, o quello di una persona cara, a tempo indeterminato. In Italia devi poter contare su qualcuno per avere una vita normale.
Chi si accorge dei lavoratori non iscritti a qualche sindacato? A chi interessano i problemi delle categorie che non scendono in piazza, non paralizzano il Paese o non spaccano qualche vetrina? Cosa può il singolo cittadino, da solo, contro la burocrazia e l’apparato pubblico? Se in Italia non esiste solo la mafia - intesa come criminalità organizzata - ma soprattutto una mentalità mafiosa, cioè l’idea che per ottenere le cose, anche quelle legittime, sia necessario appartenere a qualcosa, avere un amico, è perché la società civile come insieme di individui che hanno un peso specifico in quanto singoli cittadini non conta nulla. E questo è colpa dello Stato, non del dna corporativo degli italiani. E’ colpa di uno Stato che invece di fondarsi sull’individuo e la libertà dei singoli si basa sul lavoro (concetto quantomai astratto quando diventa valore fondante), e sui partiti (che infatti hanno svolto un ottimo ruolo di uffici di collocamento), ed è bravissimo a prevaricare e latitante quando si tratta di garantire, proteggere, tutelare, servire e rispettare il cittadino. Le lobbies all’italiana nascono, crescono e proliferano tra i buchi delle maglie istituzionali, e per sradicarle ci vuole una rivoluzione culturale che colpisca in primis l’apparato più corporativista del Paese: lo Stato. Altro che spending review. 

giovedì 5 luglio 2012

Cornuti e mazziati


Grazie alla lettura di Sudditi sono venuta a conoscenza di qualcosa che mai e poi mai avrei immaginato. In Italia esiste uno Statuto del contribuente, e da ben dodici anni: Legge 27 luglio 2000, n. 212. Qualcuno se ne era mai accorto? Io no. E uno Stato in cui un cittadino onesto e perbene non si accorge di avere determinati diritti, e non viene nemmeno sfiorato dall’idea della garanzia di un rapporto paritetico con le istituzioni, è uno Stato che dovrebbe porsi delle domande. Ma questa è l’Italia, una nave alla deriva in cui i topi sono talmente intontiti e drogati dal proprio potere da non provare nemmeno a salvarsi. Per non affondare del tutto bisogna leggere, arrabbiarsi e reagire, per combattere l’unica battaglia che è di per sé una rivoluzione: la battaglia delle idee.
Questo, per la vostra incredulità, è lo Statuto del contribuente, nella forma discorsiva riportata da Natale D’Amico in Sudditi:

Fin dal primo articolo viene affermato solennemente che le norme dello Statuto, adottate in attuazione della Costituzione, sono principi generali dell’ordinamento tributario, e possono essere derogate solo espressamente e mai da leggi speciali. Lo stesso articolo fissa uno stop alla pratica furbesca con la quale spesso il legislatore, con la scusa di fornire una interpretazione autentica di norme al solito complicate e ambigue, ha cambiato le carte in tavola con effetti retroattivi. Per il contribuente sarà dunque da oggi in poi molto più semplice comprendere quali norme è tenuto ad applicare. Anche le regioni e gli enti locali saranno tenuti a rispettare le regole dello Statuto.
La legge poi prosegue con la sua opera di igiene normativa: d’ora in poi le disposizioni tributarie non potranno più essere inserite, come tante volte avvenuto in passato, in leggi che parlano d’altro, e il titolo della legge che contiene disposizioni tributarie dovrà chiarire ciò di cui si parla; quando si farà rinvio ad altre disposizioni di legge non basterà indicarne la data e il numero con quella sorta di gioco dell’oca in cui si viene continuamente rinviati da una casella all’altra, ma bisognerà sintetizzare il contenuto della norma richiamata; quando si modificherà una disposizione previgente, occorrerà riportare il testo così come risultante dalle modificazioni.
Finalmente sarà possibile al contribuente conoscere a priori, prima di fare le proprie scelte, quali sono le conseguenze fiscali dei propri comportamenti; infatti, anche a prescindere dai nuovi limiti alle interpretazioni autentiche di cui si è detto, le disposizioni tributarie non potranno essere retroattive, e anzi produrranno effetti solo a partire dall’anno successivo a quello nel quale saranno approvate. In ogni caso, fra l’approvazione di una nuova norma e il momento nel quale il contribuente dovrà applicarla non potranno passare meno di due mesi. E l’amministrazione non potrà – come ha fatto più volte – prorogare i termini per i propri accertamenti.
Si ritornerà a quella antica regola di civiltà secondo la quale le norme tributarie devono essere discusse in Parlamento con tutto il tempo necessario a un serio approfondimento delle loro conseguenze, e con le garanzie di trasparenza della discussione tipiche del dibattito parlamentare; tant’è vero che d’ora in poi i decreti legge non potranno istituire nuovi tributi, né estendere l’applicazione dei tributi esistenti.
Sarà un preciso dovere dell’amministrazione consentire al contribuente un’agevole e completa conoscenza delle disposizioni legislative e amministrative vigenti, anche predisponendo testi coordinati e ponendoli gratuitamente a disposizione di tutti.
Così pure, l’amministrazione non potrà disconoscere un credito preteso da un contribuente, né potrà irrogare una qualunque sanzione se non dopo aver informato l’interessato delle proprie obiezioni al suo comportamento o alla sua pretesa.
I modelli di dichiarazione dovranno essere predisposti per tempo ed essere comprensibili, così recita la legge, “anche ai contribuenti sforniti di competenze in materia tributaria”, e ciascuno dovrà essere messo nelle condizioni di “adempiere le obbligazioni tributarie con il minor numero di adempimenti e nelle forme meno costose e più agevoli”.
In nessun caso potranno essere richiesti al contribuente documenti che siano già in possesso della stessa amministrazione finanziaria, o di qualunque altra amministrazione pubblica. Se il contribuente avrà dimenticato di allegare alle proprie dichiarazioni un qualunque documento, l’amministrazione non potrà pretendere alcunché finché non avrà richiesto il documento mancante, lasciando all’interessato un “termine congruo”.
Ogni atto dell’amministrazione dovrà essere chiaramente motivato; e se vi si citerà un altro atto, questo dovrà essere allegato. Dovrà sempre essere indicato a chi ci si potrà rivolgere per chiarimenti, o a chi si potrà far ricorso.
Avrà fine quella pratica prepotente che consente all’amministrazione di esigere una somma di danaro dallo stesso contribuente verso il quale, per altra causa, è debitrice: recita lo Statuto che “l’obbligazione tributaria può essere estinta anche per compensazione”. E nulla potrà esser chiesto al contribuente una volta decorso l’ordinario termine di prescrizione stabilito dal codice civile.
Come sempre avviene in un rapporto tra pari, il contribuente avrà il diritto di far valere una causa di forza maggiore che gli ha impedito l’adempimento degli obblighi tributari.
In nessun caso il contribuente potrà subire sanzioni ove la sua violazione dipenda da “obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione della norma tributaria”, e neppure quando si tratti di violazioni delle norme puramente formali.
Per aiutare la soluzione dei casi dubbi, il contribuente avrà il diritto di interpellare l’amministrazione riguardo l’applicazione delle norme tributarie a un caso concreto. Se l’amministrazione non risponderà entro 120 giorni, il contribuente avrà il diritto di applicare l’interpretazione delle norme che egli stesso ha prospettato nell’interpello.
Le ispezioni fiscali negli uffici e nelle fabbriche potranno farsi solo nel caso ce ne sia effettivamente necessità, e quindi non per acquisire informazioni che l’amministrazione potrebbe reperire diversamente; dovranno svolgersi durante l’orario di lavoro, dovranno turbare il meno possibile lo svolgimento dell’attività del contribuente, e l’accertamento non potrà durare più di 30 giorni, solo in casi di particolari difficoltà prorogabili a 60. Per i contribuenti minori, la durata massima degli accertamenti sarà dimezzata.
In ogni regione verrà istituito il Garante del contribuente, a tutela dei diritti di tutti e a garanzia dell’applicazione concreta dei principi affermati nello Statuto.

Sì, è davvero una legge italiana. Solo che i cittadini non lo sanno e allo Stato che calpesta quotidianamente le leggi che esso stesso emana non accade nulla. Tremate, gente.