martedì 17 luglio 2012

Perché serve una rivoluzione culturale


Forse è superfluo tornare sull’argomento perché è fin troppo chiaro che la spending review non riguarda tanto tagli strutturali, quanto un cambio di destinazione di soldi pubblici che nei prossimi anni verranno spesi comunque, ma non si può non insistere sull’insensatezza di determinate scelte. E’ troppo facile usare la mannaia a caso e poi sostenere che sono le lobbies e gli interessi particolari a mettersi di traverso per proteggere il proprio orticello.
C’è indubbiamente del vero in questo, nessuno nega che l’Italia sia un paese corporativo, ma ci sono delle ragioni precise per questo, ragioni che sarà il caso di approfondire, ma procediamo per gradi. E’ apprezzabile il cambio di rotta (di forte impatto culturale, soprattutto) sugli statali, ed è giusta la razionalizzazione di uffici e servizi pubblici, ma i criteri con cui sono stati scelti i destinatari della cancellazione sono incomprensibili. Per i tribunali si è parlato di produttività, ma se si fosse proceduto con questo principio non rischierebbero uffici piccoli e ben organizzati, che forniscono buoni servizi ed hanno un oggettivo alto tasso di efficienza. E lo stesso vale per i tagli alla sanità, che riguardano posti letto, forniture farmaceutiche e convenzioni con i privati. Passi la chiusura di strutture molto piccole (anche se non di rado offrono ottimi servizi), e speriamo che non si creino disagi tali da privare qualche comunità di un ospedale nel raggio di decine di chilometri, ma per il resto non chiamatela proprio spending review.
Sprechi, disorganizzazione e politicizzazione dei vertici delle aziende ospedaliere (le tre cause principali dei costi di tali strutture) non vengono neanche sfiorati, mentre si riducono ulteriormente i già insufficienti servizi ai malati. Ha senso quando ti può succedere di arrivare al pronto soccorso di un grande ospedale romano in pericolo di vita e non avere alcuna speranza di essere ricoverato? Quando per curarti un certo tipo di lesione un caporeparto ti spiega che esiste un programma molto avanzato, in grado di calcolare al millimetro la riduzione del perimetro della ferita, ma che – non essendoci speranza che l’azienda lo compri – sta tentando di procurarselo più o meno lecitamente? O quando chiami il cup per prenotare una visita ortopedica e ti dicono che le prenotazioni sono chiuse e nessuno sa quando riapriranno, forse il prossimo anno? Questa è la sanità italiana. Un sistema disastrato che rende difficile persino finire nelle mani dei bravi medici, che pure ci sono e sono tanti.
E’ difendere il proprio orticello sostenere che i tagli ai servizi sono l’ultimo torto al cittadino da parte di uno Stato ingordo ed elefantiaco incapace di mettersi a dieta? Volete tagliare? Bene, allora controllate cosa funziona e cosa no. Fate lavorare la Corte dei Conti, abolite le province (tutte), gli enti pubblici (una miriade) inutili quando non dannosi, le consulenze esterne, gli osservatori, i gruppi di lavoro, le agenzie, le facoltà universitarie con indirizzi ridicoli nate come funghi negli ultimi anni; tagliate i fondi alle associazioni costituite sul nulla e a quelle no profit (purtroppo ce ne sono) che invece di occuparsi del bene altrui con i sussidi statali pagano feste e cene, alle fondazioni che non producono niente, alle aziende che non li meritano; mettete un freno alle autonomie, ai palazzi di rappresentanza, alle auto blu, ai convegni, a voi stessi, alle vostre spese. Non chiamate spending review tagli secchi orizzontali che non produrranno altro effetto che mettere definitivamente in ginocchio chi è ancora in piedi nonostante lo Stato.
E veniamo al corporativismo. Si potrebbero citare molte ragioni storiche per cui in Italia è così radicato, ma ci si può limitare a dire perché nessuna spending review lo sradicherà. Perché in Italia se non fai parte di qualcosa non sei niente, non esisti. E non nel senso che non sei importante o ben introdotto in ambienti elitari: nel senso che non sei in grado di ottenere e far valere quelli che sulla carta sono i tuoi diritti. C’è una differenza abissale tra chi usa amicizie e conoscenze per ottenere privilegi o per occupare posizioni che non merita, e chi sa che le liste d’attesa negli ospedali sono fatte con la matita e la gomma e se non ha un referente rischia di veder slittare il suo intervento, o quello di una persona cara, a tempo indeterminato. In Italia devi poter contare su qualcuno per avere una vita normale.
Chi si accorge dei lavoratori non iscritti a qualche sindacato? A chi interessano i problemi delle categorie che non scendono in piazza, non paralizzano il Paese o non spaccano qualche vetrina? Cosa può il singolo cittadino, da solo, contro la burocrazia e l’apparato pubblico? Se in Italia non esiste solo la mafia - intesa come criminalità organizzata - ma soprattutto una mentalità mafiosa, cioè l’idea che per ottenere le cose, anche quelle legittime, sia necessario appartenere a qualcosa, avere un amico, è perché la società civile come insieme di individui che hanno un peso specifico in quanto singoli cittadini non conta nulla. E questo è colpa dello Stato, non del dna corporativo degli italiani. E’ colpa di uno Stato che invece di fondarsi sull’individuo e la libertà dei singoli si basa sul lavoro (concetto quantomai astratto quando diventa valore fondante), e sui partiti (che infatti hanno svolto un ottimo ruolo di uffici di collocamento), ed è bravissimo a prevaricare e latitante quando si tratta di garantire, proteggere, tutelare, servire e rispettare il cittadino. Le lobbies all’italiana nascono, crescono e proliferano tra i buchi delle maglie istituzionali, e per sradicarle ci vuole una rivoluzione culturale che colpisca in primis l’apparato più corporativista del Paese: lo Stato. Altro che spending review. 

giovedì 5 luglio 2012

Cornuti e mazziati


Grazie alla lettura di Sudditi sono venuta a conoscenza di qualcosa che mai e poi mai avrei immaginato. In Italia esiste uno Statuto del contribuente, e da ben dodici anni: Legge 27 luglio 2000, n. 212. Qualcuno se ne era mai accorto? Io no. E uno Stato in cui un cittadino onesto e perbene non si accorge di avere determinati diritti, e non viene nemmeno sfiorato dall’idea della garanzia di un rapporto paritetico con le istituzioni, è uno Stato che dovrebbe porsi delle domande. Ma questa è l’Italia, una nave alla deriva in cui i topi sono talmente intontiti e drogati dal proprio potere da non provare nemmeno a salvarsi. Per non affondare del tutto bisogna leggere, arrabbiarsi e reagire, per combattere l’unica battaglia che è di per sé una rivoluzione: la battaglia delle idee.
Questo, per la vostra incredulità, è lo Statuto del contribuente, nella forma discorsiva riportata da Natale D’Amico in Sudditi:

Fin dal primo articolo viene affermato solennemente che le norme dello Statuto, adottate in attuazione della Costituzione, sono principi generali dell’ordinamento tributario, e possono essere derogate solo espressamente e mai da leggi speciali. Lo stesso articolo fissa uno stop alla pratica furbesca con la quale spesso il legislatore, con la scusa di fornire una interpretazione autentica di norme al solito complicate e ambigue, ha cambiato le carte in tavola con effetti retroattivi. Per il contribuente sarà dunque da oggi in poi molto più semplice comprendere quali norme è tenuto ad applicare. Anche le regioni e gli enti locali saranno tenuti a rispettare le regole dello Statuto.
La legge poi prosegue con la sua opera di igiene normativa: d’ora in poi le disposizioni tributarie non potranno più essere inserite, come tante volte avvenuto in passato, in leggi che parlano d’altro, e il titolo della legge che contiene disposizioni tributarie dovrà chiarire ciò di cui si parla; quando si farà rinvio ad altre disposizioni di legge non basterà indicarne la data e il numero con quella sorta di gioco dell’oca in cui si viene continuamente rinviati da una casella all’altra, ma bisognerà sintetizzare il contenuto della norma richiamata; quando si modificherà una disposizione previgente, occorrerà riportare il testo così come risultante dalle modificazioni.
Finalmente sarà possibile al contribuente conoscere a priori, prima di fare le proprie scelte, quali sono le conseguenze fiscali dei propri comportamenti; infatti, anche a prescindere dai nuovi limiti alle interpretazioni autentiche di cui si è detto, le disposizioni tributarie non potranno essere retroattive, e anzi produrranno effetti solo a partire dall’anno successivo a quello nel quale saranno approvate. In ogni caso, fra l’approvazione di una nuova norma e il momento nel quale il contribuente dovrà applicarla non potranno passare meno di due mesi. E l’amministrazione non potrà – come ha fatto più volte – prorogare i termini per i propri accertamenti.
Si ritornerà a quella antica regola di civiltà secondo la quale le norme tributarie devono essere discusse in Parlamento con tutto il tempo necessario a un serio approfondimento delle loro conseguenze, e con le garanzie di trasparenza della discussione tipiche del dibattito parlamentare; tant’è vero che d’ora in poi i decreti legge non potranno istituire nuovi tributi, né estendere l’applicazione dei tributi esistenti.
Sarà un preciso dovere dell’amministrazione consentire al contribuente un’agevole e completa conoscenza delle disposizioni legislative e amministrative vigenti, anche predisponendo testi coordinati e ponendoli gratuitamente a disposizione di tutti.
Così pure, l’amministrazione non potrà disconoscere un credito preteso da un contribuente, né potrà irrogare una qualunque sanzione se non dopo aver informato l’interessato delle proprie obiezioni al suo comportamento o alla sua pretesa.
I modelli di dichiarazione dovranno essere predisposti per tempo ed essere comprensibili, così recita la legge, “anche ai contribuenti sforniti di competenze in materia tributaria”, e ciascuno dovrà essere messo nelle condizioni di “adempiere le obbligazioni tributarie con il minor numero di adempimenti e nelle forme meno costose e più agevoli”.
In nessun caso potranno essere richiesti al contribuente documenti che siano già in possesso della stessa amministrazione finanziaria, o di qualunque altra amministrazione pubblica. Se il contribuente avrà dimenticato di allegare alle proprie dichiarazioni un qualunque documento, l’amministrazione non potrà pretendere alcunché finché non avrà richiesto il documento mancante, lasciando all’interessato un “termine congruo”.
Ogni atto dell’amministrazione dovrà essere chiaramente motivato; e se vi si citerà un altro atto, questo dovrà essere allegato. Dovrà sempre essere indicato a chi ci si potrà rivolgere per chiarimenti, o a chi si potrà far ricorso.
Avrà fine quella pratica prepotente che consente all’amministrazione di esigere una somma di danaro dallo stesso contribuente verso il quale, per altra causa, è debitrice: recita lo Statuto che “l’obbligazione tributaria può essere estinta anche per compensazione”. E nulla potrà esser chiesto al contribuente una volta decorso l’ordinario termine di prescrizione stabilito dal codice civile.
Come sempre avviene in un rapporto tra pari, il contribuente avrà il diritto di far valere una causa di forza maggiore che gli ha impedito l’adempimento degli obblighi tributari.
In nessun caso il contribuente potrà subire sanzioni ove la sua violazione dipenda da “obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione della norma tributaria”, e neppure quando si tratti di violazioni delle norme puramente formali.
Per aiutare la soluzione dei casi dubbi, il contribuente avrà il diritto di interpellare l’amministrazione riguardo l’applicazione delle norme tributarie a un caso concreto. Se l’amministrazione non risponderà entro 120 giorni, il contribuente avrà il diritto di applicare l’interpretazione delle norme che egli stesso ha prospettato nell’interpello.
Le ispezioni fiscali negli uffici e nelle fabbriche potranno farsi solo nel caso ce ne sia effettivamente necessità, e quindi non per acquisire informazioni che l’amministrazione potrebbe reperire diversamente; dovranno svolgersi durante l’orario di lavoro, dovranno turbare il meno possibile lo svolgimento dell’attività del contribuente, e l’accertamento non potrà durare più di 30 giorni, solo in casi di particolari difficoltà prorogabili a 60. Per i contribuenti minori, la durata massima degli accertamenti sarà dimezzata.
In ogni regione verrà istituito il Garante del contribuente, a tutela dei diritti di tutti e a garanzia dell’applicazione concreta dei principi affermati nello Statuto.

Sì, è davvero una legge italiana. Solo che i cittadini non lo sanno e allo Stato che calpesta quotidianamente le leggi che esso stesso emana non accade nulla. Tremate, gente.

lunedì 4 giugno 2012

Sette giorni in Israele


Chiunque può visitare Israele. Cercare di conoscerlo e capirlo, invece, è tutto un altro paio di maniche. Per farlo bisogna cominciare da Yad Vashem, il museo-monumento in ricordo delle vittime della Shoah, e fare un percorso non dissimile da quello intrapreso dai milioni di ebrei che furono portati nei campi di concentramento senza sapere quale sarebbe stato il loro destino. Bisogna entrare e denudarsi completamente. Dei pregiudizi, soprattutto. Di tutto quello che su Israele si crede di sapere e non si immagina neppure. Dei luoghi comuni, della stampa, degli intellettuali. Bisogna camminare lungo una specie di ponte sospeso le cui pareti convergono l’una verso l’altra senza incontrarsi mai, lasciando un lunga fessura orizzontale dalla quale proviene la luce che illumina tutto il percorso, e seguire la strada. In discesa, all’inizio. Bisogna entrare in ogni singolo padiglione costretti dalle barriere che si incontrano ogni pochi metri, ed incontrare la storia, le fotografie, i documenti, i filmati, le pietre provenienti dai tanti ghetti europei; bisogna sentirlo il peso della facilità con cui tutto questo è cominciato, il macigno di quel poco che è bastato ad Hitler per superare la prova della visita della Croce Rossa nel ghetto di Terezìn; bisogna lasciarsi colpire dalla facilità del male, piegarsi di fronte alla realtà del tanto che si poteva fare e del poco che, personalmente e meritevolmente, si è fatto; bisogna sentirsi cadere davanti alle lettere, agli oggetti e alle fotografie di milioni di storie, e dietro ogni storia una famiglia, e dietro ogni famiglia una comunità di chi credeva di essere semplicemente un ebreo tedesco, polacco, romeno, francese, belga, olandese, italiano, russo. Bisogna sentirlo il dolore alle gambe mentre improvvisamente il percorso comincia a salire, e l’uscita si avvicina fino a diventare una terrazza piena di luce di fronte alla quale una spettacolare vista di Israele si apre agli occhi. Solo allora tutto diventa più chiaro. Solo allora si materializza la consapevolezza che senza Israele il mondo dimenticherebbe in fretta. Se poi si ha ancora la forza di visitare la tenda del ricordo, e - soprattutto - un breve corridoio, completamente buio, illuminato solo da milioni di lucine prodotte da poche candele inserite in un gioco di prisma e specchi invisibili, avvolto da voci calme e ininterrotte che ripetono il nome, l’età e la provenienza del milione e mezzo di bambini vittime dell’Olocausto, allora si può apprezzare fino in fondo l’intensità, la delicatezza e la suggestione di un luogo che è anche un immenso archivio storico e un centro studi per un popolo che, lungi dal piangersi addosso, è costantemente rivolto al futuro. E il futuro è conoscenza, cultura, speranza, sacrificio.
Lo sa bene chi ha sconfitto l’analfabetismo grazie al precetto secondo cui è dovere dei padri insegnare ai figli a leggere e scrivere; lo sa un Paese la cui eccellenza di università e centri di ricerca sembra quasi stare lì a dimostrare l’utilità, la legittimità della propria esistenza. Ma non è a questo che si pensa visitando i musei, gli edifici e le università di Tel Aviv e Gerusalemme. E’ la normalità quella che salta agli occhi. E’ ciò che non ti aspetti di vedere: giovani arabi ed ebrei che passeggiano, studiano, pranzano, bevono un caffè, chiacchierano, ridono. Tante famiglie, tantissimi bambini, parchi, scolaresche che sciamano per i musei, macchine israeliane e palestinesi (si distinguono per il colore della targa) che circolano. Persino i soldati che si incontrano per strada, ragazzi e ragazze che a diciotto anni dedicano rispettivamente tre e due anni della loro vita al servizio militare, hanno un’aria tranquilla e sorridente. Eppure è difficile credere che lo siano veramente. Crescere in Israele significa correre seriamente il rischio di dover svolgere azioni militari, di perdere la vita o di toglierla a qualcun altro. Lo sanno loro e lo sapevano soprattutto i loro genitori quando hanno deciso di crescerli lì. Forse è questa una delle cose che colpisce di più. Nonostante gli oggettivi pericoli che l’essere israeliano comporti, nonostante la reale minaccia del nucleare iraniano sulla testa, la sensazione che si riceve, l’aria che si respira, non è affatto di cupezza o preoccupazione, ma di ottimismo e fattività. E’ come se la gente, avendo pensieri molto gravosi per la testa, non se lo concedesse il lusso di un sottile malessere collettivo, di quella infelicità che è perdita di senso, solitudine, frustrazione. E’ il livello altissimo di gradimento dei cittadini israeliani rispetto al proprio Paese a dimostrarlo; è l’essere disposti a sacrificare se stessi per qualcosa in cui si crede e dal quale ci si sente rappresentati e protetti; sono i giovani che sviluppano presto senso della comunità e spirito di sacrificio. Non solo per motivi religiosi (quando sono osservanti, perché gli ebrei atei in Israele non mancano), ma per il tipo di educazione alla solidarietà che viene loro impartita nelle scuole. Verso i tredici anni, infatti, sono obbligati a prestare servizio civile, a loro scelta, in una delle tante realtà sociali israeliane, dagli ospizi agli ospedali all’esercito. E questo è certamente uno degli elementi che contribuisce a formare l’identità ebraica, che precede e prescinde quella religiosa, anche se i due fattori, per molti aspetti, si fondono e si confondono. Non si spiegherebbe altrimenti come mai un Paese in cui non esiste il matrimonio civile non sia affatto teocratico, ed anzi estremamente avanzato sotto il profilo dei diritti civili. Per gli ebrei la convivenza è matrimonio, quindi sì alle unioni omosessuali, alle adozioni di gay e single, alla fecondazione assistita. E sì al divorzio già da circa un migliaio di anni.
E’ dunque il senso di appartenenza a un’identità fatta di storia, riti, tradizioni, credo e cultura, a consentire a due ebrei di opinioni diametralmente opposte di condividere lo stesso metro quadro di terra; è l’essere ebreo come fatto identitario, non religioso, a mantenere integro un filo che tiene uniti gli ebrei della Diaspora per secoli; è la “semplice” idea di Theodor Herzl, il padre del sionismo, insieme ai pogrom che si sono consumati soprattutto in Europa orientale negli ultimi decenni del diciannovesimo secolo, a convincere centinaia e migliaia di ebrei di tutte le nazionalità a comprare dall’impero ottomano un pezzo di terra fatto di deserto, sabbia e pietre. Così è nata Tel Aviv, nel 1909. Da sessantasei famiglie che in Europa facevano i medici e gli avvocati e si sono messe a dissodare e coltivare la sabbia. Con risultati che hanno portato Israele, oggi, ad un indiscusso primato in fatto di tecnologia agricola. Lo si capisce ad occhio nudo percorrendo il paese da Tel Aviv verso la bassa Galilea, il basso Golan e il lago di Tiberiade, e costeggiando la valle del Giordano in direzione di Gerusalemme; ma è evidente anche lungo il mar Morto, verso l’antica fortezza di Masada. Distese desertiche ovunque, e ovunque coltivazioni verdeggianti e alberi trapiantati, i cosiddetti rimboschimenti. E’ così che la Galilea sembra macchia mediterranea, nel Golan si produce dell’ottimo vino e sul mar Morto fioriscono i melograni. Con dei tubicini di diverso colore, a seconda che l’acqua sia riciclata (lo è circa l’80% di quella che si consuma) oppure no, che nutrono ogni singola pianta. Ma da dove arriva tutta quest’acqua? Quando ci si trova di fronte i monti siriani e giordani, così spogli e brulli rispetto a quelli israeliani, è impossibile non chiederselo. Tralasciando naturalmente le oasi naturali e la dissalazione del Mar Morto, la questione dell’approvvigionamento idrico è materia di conflitto israelo-palestinese ed è dunque un argomento molto delicato. Ci sono tuttavia dei fatti e dei dati che possono essere rapidamente riassunti: quando Israele ha preso il controllo della Cisgiordania, dopo la guerra dei Sei giorni nel 1967, la rete idrica era praticamente inesistente; solo quattro delle circa 700 comunità municipali palestinesi disponevano di acqua corrente. Tra il 1967 e il 1995 questa cifra è passata a 309 grazie alla costruzione di pozzi ad alto rendimento e di una rete di canalizzazione, e con gli accordi di Oslo del 1993 è stata istituita una Commissione congiunta israelo-palestinese per la gestione delle acque (la JWC, Joint Water Committee). Dopo l’accordo del 28 settembre 1995, Israele ha ceduto all’Autorità Palestinese (AP) la sovranità sulla gestione della rete idrica dei Territori, senza tuttavia interrompere la collaborazione della JWC, che prevedeva comunque lavori di potenziamento da parte israeliana. Secondo fonti ufficiali israeliane tutto questo ha portato, oggi, il 96% dei palestinesi ad avere l’acqua corrente in casa, e la disponibilità pro capite è di circa 140 m3 contro i 150 per ogni cittadino israeliano. Queste cifre, però, sono spesso oggetto di contestazione da parte palestinese, perché c’è una significativa disputa sul numero reale degli abitanti dei Territori. Va detto, tuttavia, che non esiste un censimento ufficiale da parte dell’Autorità Palestinese, al punto che enti dello stesso governo riportano cifre che variano anche del 40%, e questo, secondo studi israeliani, perché i palestinesi tenderebbero a gonfiare il dato fino a un terzo in più per ottenere maggiori sussidi dalle Nazioni Unite, stabiliti in una determinata cifra per ogni nato.
Ciò che resta, comunque, è il dato di fatto di una realtà palestinese difficile da decifrare, ma apparentemente diversa da come viene solitamente presentata. Spostarsi da Tel Aviv a Gerusalemme, risalendo verso Nord e ridiscendendo lungo la valle del Giordano, significa percorrere circa metà dell’intero territorio israeliano, e aver modo di incontrare diverse località, paesaggi, villaggi, insediamenti. E le sorprese non mancano. E’ incredibilmente facile, ad esempio, girare per le strade e ritrovarsi in un villaggio palestinese senza accorgersene, essendo partiti con l’idea che fossero contraddistinti da baracche fatiscenti (le uniche che ho visto appartenevano a insediamenti beduini, gente abbastanza impermeabile ai richiami della modernità e della secolarizzazione); imbattersi in un check-point (ce ne sono svariati) che somiglia più ad un posto di blocco qualsiasi che al girone dantesco di anime in fila che ci si immagina; notare che quelli che vivono in una sorta di prigione sono gli abitanti dei cosiddetti insediamenti israeliani (alcuni davvero minuscoli), protetti e sorvegliati dai soldati; rendersi conto che la famosa barriera difensiva non è affatto un muro insormontabile lungo centinaia di km, ma una doppia recinzione, dotata di sensori, intervallata da parti in cemento armato per una lunghezza complessiva di 7 km in corrispondenza delle zone dalle quali, negli anni caldi della seconda Intifada, i cecchini sparavano sulle auto e sui passanti israeliani. E’ chiaro che, muro o recinzione che sia, è il segno della divisione e delle ostilità che permangono, e non c’è dubbio che queste misure difensive abbiano aggravato notevolmente le condizioni di vita dei palestinesi, per i quali spostarsi verso le città israeliane per lavorare e tornare poi a casa la sera è diventato estremamente complicato. Con conseguenze facili da immaginare: disoccupazione, scarsa mobilità, riduzione del tenore di vita. D’altro canto, però, oggi è di nuovo possibile entrare in un caffè o in un ristorante di Tel Aviv con la ragionevole certezza di non saltare in aria. E non è poco. Le misure adottate funzionano e il terrorismo suicida, per quante vittime abbia provocato, alla lunga ha danneggiato solo i palestinesi, e questa è una realtà su cui occorrerebbe riflettere quando si pretende di scaricare esclusivamente sugli israeliani la responsabilità della vita e delle condizioni economiche e sociali dei palestinesi. Che sono rappresentati dall’AP, la quale, in loro nome, riceve e gestisce fiumi di denaro. Come, e con quali risultati, è costantemente oggetto di discussione, ma è stato estremamente interessante, in tal senso, incontrare lo sceicco di Hebron ed essere suoi ospiti sotto una grande tenda beduina. Perché non ci si aspetta di sentire che non si può pretendere il ritorno di nove milioni di profughi palestinesi (gli israeliani sono circa otto milioni e i palestinesi che fuggirono dopo la fondazione dello Stato di Israele furono 600mila), e che gli accordi di Oslo sono considerati una disgrazia dal popolo palestinese in quanto questo non sarebbe affatto interessato alla formula dei due Stati; sorprende sentire che l’Autorità Palestinese non rappresenti veramente le idee e le istanze del popolo, intuire che questo sia più legato ad una concezione tribale della società, e che sarebbe più facile per uno sceicco che goda dell’effettivo consenso di una determinata comunità trattare direttamente con lo Stato israeliano. Ma è davvero così? Esiste un orientamento maggioritario tra i palestinesi, e se sì, chi lo rappresenta? Come la mettiamo col dato di fatto che le scuole, i libri, la televisione e persino i giocattoli palestinesi insegnino fin dalla più tenera età ai propri figli l’odio assoluto e incondizionato verso gli ebrei? Come si conciliano le “aperture” dello sceicco di Hebron con altre sue affermazioni secondo cui l’Islam non ammette che un musulmano ceda neanche un centimetro di terra? O con la mancata presa di distanza dalla strategia terroristica di Hamas?
Sono tante le certezze che si perdono lungo un viaggio di soli sette giorni. Che si trasformano in veri e propri dubbi non appena si arriva a Gerusalemme. Bella, intensa, avvolgente, imperscrutabile, caratterizzata da una storia millenaria impossibile da memorizzare, è una capitale ma al tempo stesso la città più povera di Israele. Eppure non si direbbe affatto ammirando gli edifici debitamente ricoperti dalla caratteristica pietra bianca locale, o passeggiando lungo le strade ricche di bei negozi e locali alla moda di Mamilla, e neppure percorrendo le viuzze della città vecchia. Silenziosissime quelle del quartiere armeno, con le sue caratteristiche botteghe d’artigianato; colorati e chiassosi quello arabo, percorso dal Suk che si snoda lungo ogni singola via, e cristiano; di una tranquillità quasi surreale quello ebraico, il più nuovo perché interamente ricostruito dopo essere stato raso al suolo dai giordani nella guerra del 1948-49. E’ strana l’aria che si respira in questa città, dove ci si sposta da un quartiere all’altro senza soluzione di continuità e sembra che tutto possa convivere senza difficoltà, mentre la realtà è che ogni singolo gesto o parola possono avere conseguenze pesanti. E’ una città che cambia e cresce, ma per spostare una pietra ci vogliono trattative estenuanti e il governo si muove con estrema cautela. Non le si adatta l’etichetta di città santa, ma è la città dei luoghi santi e la fila al metal detector è lì a ricordarti la storia millenaria, i conflitti, le costruzioni, le distruzioni e i diversi domini vissuti da Gerusalemme. Tutto dentro le mura cinquecentesche di Solimano il Magnifico, le più recenti tra le meraviglie architettoniche della città, molte delle quali sono attualmente oggetto di scavi e ricerche lungo la galleria che è la prosecuzione sotterranea del Muro Occidentale (o più semplicemente Kotel, muro, luogo santo per gli ebrei in quanto rimanenza del muro di cinta del Secondo Tempio, distrutto da Tito nel 70 d.c. ), e risalgono in maggior parte al tempo di Erode (I secolo a.c.). Al di fuori di tutto questo, però, c’è una città che vive e lavora, ci sono i palazzi delle istituzioni e del potere politico, dell’economia e della cultura. C’è il Museo di Israele, splendido esempio di struttura in cui il percorso conoscitivo si snoda all’interno e all’esterno tra sculture, giardini e padiglioni, alcuni dei quali, come quello che contiene i Rotoli del Mar Morto, di alto valore simbolico e di forte impatto visivo.
Tutto questo è Israele. Uno sputo di terra di otto milioni di abitanti in mezzo a ventidue paesi arabi e trecento milioni di persone ostili, uno dei paesi più odiati al mondo. Perché? Secondo Manfred Gerstenfeld, scrittore e attivista di origini austriache, perché l’antisemitismo è parte integrante della cultura europea, anche se questo non significa che la maggior parte degli europei sia antisemita. Stabilito che “l’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei, che può manifestarsi come odio, anche nei confronti di Israele”, Gerstenfeld ritiene vi siano tre tipi di antisemitismo: quello religioso, che accusa gli ebrei dell’uccisione del figlio di Dio; quello nazionale/etico, che li accusa di difetti di nascita, e quello antiisraeliano, che li accusa di nazismo. A questi si può aggiungere poi il razzismo umano, secondo il quale solo l’uomo bianco (inteso come occidentale) è responsabile delle proprie azioni, non le categorie deboli, come, ad esempio, i palestinesi. Ma questo non basta a spiegare tanto odio e tanti pregiudizi. Il problema è prendere in considerazione l’ipotesi che le cose potrebbero essere diverse dall’idea che abbiamo voluto a tutti i costi sposare, quella che ci piace di più, che si addice di più a ciò che siamo, o semplicemente quella che ci fa sentire a posto con la coscienza. Si sta dalla parte dei più deboli, senza farsi tante domande e cercare altre risposte. Ma in Israele non è così semplice. Un viaggio non basta a capire la complessità e la delicatezza della situazione, ma è sufficiente per tornare a casa con la voglia di capire di più, di approfondire. La storia insegna quante tragedie avrebbero potuto essere evitate dal viaggio del dubbio. E allora fatelo, questo viaggio. Andate a vedere Israele con i vostri occhi.

martedì 1 maggio 2012

Attacco israeliano in Iran: alcune domande che occorre porsi...

Questa è la sintesi di un articolo di Ari Shavit, uscito su Haaretz il 15 marzo 2012, avuta da Aldo Baquis a Tel Aviv il 23 aprile scorso.

Quanti sostengono un attacco israeliano in Iran devono rispondere in maniera onesta a queste domande critiche:

1. Forse che tutte le strade sono state percorse, al punto che non c'è più alcuna speranza residua che la comunità internazionale fermi i progetti nucleari iraniani mediante un assedio basato su diplomazia ed economia?
2. Forse che è assolutamente chiaro che gli americani non bloccheranno il nucleare iraniano con un bombardamento aereo, nel 2013?
3. Forse che un attacco israeliano provocherebbe un ritardo di almeno cinque anni ai progetti nucleari iraniani?
4. Non è forse possibile che un attacco israeliano in Iran inneschi un conflitto regionale sanguinoso ed un conflitto religioso senza fine?
5. Forse che un contrattacco dell'Iran e degli Hezbollah potrebbe provocare perdite di massa nelle retrovie, in una quantità intollerabile per Israele?
6. Non è possibile che un attacco israeliano non sostenuto dagli Usa metterebbe a dura prova l'alleanza strategica con gli Stati Uniti?
7. Non è forse possibile che la crisi economica che rischia di seguire ad un attacco israeliano in Iran provocherebbe un'ondata di antisemitismo e di antisionismo che rappresenterebbe una minaccia per lo Stato ebraico?
8. Un attacco alla centrale iraniana di Natanz non potrebbe ritorcersi contro quella israeliana di Dimona?
9. Non è possibile che un attacco israeliano metterebbe fine al regime di sanzioni, regalando così all'Iran sia la giustificazione sia la capacità di rilanciare con ancora maggiore energia i propri programmi nucleari?
10. Un attacco all'Iran non lascerebbe Israele del tutto isolato al mondo?


Quanti si oppongono ad un attacco israeliano in Iran devono rispondere in maniera onesta a queste domande critiche:


1. Possono gli israeliani del 21.mo secolo continuare a vivere le proprie vite all'ombra di una nuvola sciita a forma di fungo sulle loro teste?
2. Sarà Israele in grado di far fronte alla sequela infinita di guerre convenzionali che si svilupperanno sui suoi confini una volta che l'Iran diventi nucleare?
3. Sarà Israele in grado di far fronte ad un Medio Oriente nucleare, selvaggio, radicale?
4. Potrà Israele sopravvivere quando gli Stati Uniti cominceranno ad ignorarlo perché costretti a fare una politica di appeasement di fronte alla nuova potenza nucleare emergente, l'Iran?
5. Potrà Israele sopravvivere nell'isolamento diplomatico che gli sarà riservato quando l'Iran nucleare sarà padrone del Golfo persico e detterà il prezzo del petrolio al mondo?
6. Basterà Dimona a far fronte alla nuclearizzazione di Arabia Saudita, Turchia, Egitto (che potrebbe seguire a quella dell'Iran?)
7. Servirà Dimona a far fronte al rischio di un terrorismo nucleare?
8. Saprà Israele misurarsi con una situazione in cui le bombe atomiche iraniane metteranno fine alla pace, o ad ogni speranza di pace?
9. Saprà Israele tener duro in una situazione in cui un Iran nucleare  lo costringa a vivere con la spada in pugno, giorno dopo giorno, con una crudeltà finora sconosciuta?
10. Siamo pronti a scommettere sulla probabilità una-su-cento che una bomba nucleare esploda un giorno a Tel Aviv?


Secondo Shavit, nel marzo 2012 la sensazione a Gerusalemme è che Israele è solo e che il momento della verità è vicino. Sbagliare è vietato. Non c'è più Destra o Sinistra. Non ci sono più guerrafondai né pacifisti. E' l'ultimo crocevia: allora attaccare o no?

venerdì 30 marzo 2012

L'Europa è un continente liberale? Qualche delucidazione sul concetto.


Ci sono poche parole, al mondo, che sono state più sfruttate, abusate e citate a sproposito, fino a stravolgerne il significato e a farne dimenticare le origini storiche, del termine liberalismo. Un concetto che è alla base delle moderne democrazie occidentali e che ha permeato di sé tutto il XVIII e XIX secolo, ponendosi alla guida ideale delle rivoluzioni che hanno portato alla nascita degli Stati di diritto; un’idea, una filosofia di vita, una visione dell’uomo e dei rapporti sociali che – riallacciandosi al filone dei diritti individuali sanciti già dagli antichi greci e romani, e alla tradizione giusnaturalista – ha posto alla base della propria dottrina politica la concezione dell’inviolabilità e inalienabilità di alcuni diritti naturali e universali dell’uomo: libertà, uguaglianza, proprietà e vita. Corollario inevitabile della tutela di questi diritti è l’esercizio della libertà nella legge, di fronte alla quale tutti gli uomini sono uguali, e pertanto garanzia del limite all’arbitrio e alla sopraffazione del singolo individuo.
A questi pronunciamenti, elaborati nella Gran Bretagna della seconda rivoluzione industriale da filosofi come John Locke, David Hume e Adam Smith (padre del liberismo, la teoria economica del libero mercato e parte integrante della dottrina liberale), e della Glorious Revolution, dalla quale era nata - primo caso nella storia - una monarchia costituzionale, fecero da riscontro e complemento i principi dell’illuminismo francese, portatori di una visione filosofica improntata alla supremazia della ragione sull’ignoranza e la superstizione, in particolar modo la teoria della separazione dei poteri di Montesquieu. L’insieme dei principi del liberalismo inglese e dei valori dell’illuminismo francese è ciò che nel diciottesimo secolo venne comunemente chiamato liberalismo, il movimento intellettuale della borghesia europea a sostegno delle battaglie contro l’assolutismo monarchico e i privilegi dell’aristocrazia e del clero. Se la rivoluzione francese, con tutte le sue contraddizioni, è al contempo il punto di arrivo e di partenza del liberalismo continentale, quella americana è lo specchio delle differenze con tale modello. E’ chiaro che i contesti in cui tali ideali si sono sviluppati erano molto diversi tra loro, e le conseguenze non potevano che riprodurli: quando scoppia la rivoluzione francese, nel 1789, in Inghilterra vige una monarchia costituzionale già da cento anni, e quando paesi come l’Italia e la Germania arrivano a conquistare l’unità nazionale, gli Stati Uniti, che hanno meno di un secolo di vita, sono già uno Stato federale con una forte identità e una Costituzione talmente avanzata da essersi mantenuta intatta nonostante i molti emendamenti che ne hanno sanato alcune iniziali contraddizioni. Ed è proprio la peculiarità della nascita e della storia d’America a dare un significato diverso alla parola liberal, liberale. Una differenza che arriverà a connaturare i liberali europei come l’opposto dei liberal statunitensi. Ma perché?
I figli d’Inghilterra, che colonizzarono gli immensi territori americani, erano per la maggior parte dei perseguitati per motivi politici o religiosi, e incoraggiati dalla corona britannica all’emigrazione per ragioni economiche inerenti il contrasto alla presenza sul continente americano di altre potenze coloniali, quindi i problemi che si trovarono ad affrontare, una volta sbarcati nel nuovo mondo, riguardavano sostanzialmente l’organizzazione sociale e la creazione di istituzioni e leggi che regolassero la vita e la convivenza degli abitanti delle colonie. Non esisteva una suddivisione in classi, un potere politico di stampo assolutistico, un clero o un’aristocrazia privilegiati contro cui combattere. Anche se fu un processo faticoso, e le differenze economiche e sociali tra le colonie erano piuttosto ampie, l’autonomia politica di cui godevano dimostra che l’America è nata liberale perché i suoi fondatori erano già informati ai principi del liberalismo inglese, i quali, uniti ai riferimenti morali del puritanesimo, costituivano un nucleo di valori condivisi che confluirono nella costituzione della futura repubblica federale degli Stati Uniti d’America. Se l’America, dunque, è nata liberale e liberista (la guerra d’indipendenza, d’altronde, era scaturita proprio dalle imposizioni fiscali e dalle restrizioni commerciali ed economiche che la madrepatria inglese imponeva alle proprie colonie), e i principi del liberalismo erano sanciti dalla sua costituzione, è chiaro che l’esigenza della creazione di partiti che si richiamassero espressamente a tale dottrina non era sentita, e le differenze che caratterizzano ancora oggi i propri rappresentanti politici non riguardano l’essere o meno liberale, ma, semmai, i differenti modi di esserlo che scaturiscono dalla teoria generale. Ma chi sono, allora, i liberal americani? In Europa sono identificati con i socialdemocratici, gli eredi del socialismo europeo riformatosi dopo la caduta del muro di Berlino, ma è evidente che, in un paese che ha tra le sue caratteristiche principali il rifiuto del comunismo e delle teorie socialiste – che d’altronde sarebbero in contrasto con i suoi fondamenti liberali – il paragone non regge. Perché il termine liberal, nella storia statunitense, affonda le sue radici nelle teorie del liberalismo progressista americano sviluppatesi nel primo ventennio del XX secolo, a loro volta figlie delle idee del liberalismo sociale nato nel Regno Unito tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, ma si è affermato negli anni Trenta con la politica di Franklin Delano Roosevelt. Entrato in carica nel 1933, il nuovo presidente si trovò ad affrontare le conseguenze della gravissima crisi economica del 1929, ed improntò la sua politica ad un nuovo corso, il New Deal, volto a risollevare le sorti dell’economia nazionale alleviando al contempo le sofferenze di una popolazione duramente colpita dalla disoccupazione e dalla mancanza di strumenti di ammortizzazione sociale. Per ottenere tali obiettivi, egli assegnò al governo federale un ruolo di primo piano nell’economia nazionale che non aveva precedenti nella storia americana, e da tale interventismo nacquero enti, istituti e riforme che nell’arco di un decennio riportarono effettivamente il grado di benessere del paese ai livelli precedenti la grande Depressione. Dopo il New Deal, l’idea che il perseguimento della “libertà dalla necessità” potesse giustificare l’intervento positivo del governo centrale nell’economia, rimane una costante della visione politica liberal, che in questo senso, sostanzialmente, si differenzia da quella dei piccoli partiti liberali europei, i quali, operando in un contesto di spiccato interventismo e assistenzialismo statale, hanno sempre cercato di far valere le ragioni dell’economia di mercato e del principio di sussidiarietà. Ma la distanza dai socialdemocratici rimane comunque molto ampia, in quanto – anche in pieno New Deal – i liberal hanno sempre avversato il socialismo e l’idea che sia compito dello stato garantire a tutti eguali risultati. In una parola, i liberal americani sono l’ala sinistra del liberalismo classico, così come i conservatori ne sono l’ala destra, anche se non mancano all’interno di entrambi gli schieramenti posizioni che si rifanno per alcuni aspetti all’una o all’altra fazione.
Se queste sono le ragioni storiche per cui il termine liberal non trova una definizione univoca tra le sponde dell’Atlantico, ed anzi i conservatori più intransigenti lo considerano un termine dispregiativo, mentre in Europa è semplicemente sinonimo di sinistra socialdemocratica, così come il Vecchio Continente l’ha conosciuta, i differenti modi di essere liberali non hanno risparmiato l’Europa, dove questi si sono divisi tra seguaci del liberalismo classico e del capitalismo liberista, e radicali, promotori della massima espansione dei diritti civili e di un misurato intervento statale nell’economia per favorire una maggiore giustizia sociale, mentre negli Stati Uniti i radical sono su posizioni di estrema sinistra, e coloro che si ritengono i veri eredi del liberalismo classico e dell’economia di mercato liberista sono definiti libertarian o neoliberal. A rendere le cose più difficili, attualmente, vi è la complessità delle società moderne, l’irrompere sulla scena politica di tematiche etiche e sociali come la preservazione dell’ambiente, l’eutanasia, la fecondazione assistita, i limiti alla ricerca medica e scientifica, l’allargamento di determinati diritti a determinate minoranze, e molte altre questioni su cui i liberali europei, come quelli americani, si sono divisi, creando una sorta di movimento trasversale dei temi etici in cui si ritrovano, a seconda delle questioni poste, liberal e conservatori, radical e libertarian, destra, sinistra e centro. Ma il paradosso più grande è che – nonostante dopo la seconda guerra mondiale i principi politici liberali si siano generalmente affermati come base dottrinale di tutte le democrazie europee, i partiti che ad essi si ispiravano sono pressoché scomparsi, inglobati dai partiti di massa, soprattutto di matrice socialista o democratico-cristiana, che sono stati storicamente avversari del liberalismo. Cadute le ideologie, tutti si sono professati liberali, a prescindere dalla propria storia e percorso politico, o da cosa con questo termine esattamente intendessero, e il risultato è la perdita di una riferimento storico preciso, tanto che definirsi liberale, in Europa, oramai può significare tutto e niente. A differenza degli Stati Uniti, dove il termine liberal designa sì una certa politica e un determinato schieramento, ma, come si è visto, i valori liberali sono realmente percepiti come base comune di tutta la storia e la politica americana, alla storia politica europea manca un comun denominatore in grado di dare senso alla dichiarazione di appartenenza al liberalismo. O forse, come sosteneva il filosofo Lucio Colletti, nel substrato culturale della rivoluzione francese, figlio delle idee di Voltaire e Rousseau, che hanno lasciato un segno indelebile nella visione politica europea, vi erano i germi del totalitarismo, piuttosto che del liberalismo. Fatto sta che, al di là di una generica adesione ai principi liberali dei diritti politici come la libertà di parola, pensiero, stampa e religione, in Europa i liberali – o sedicenti tali – non si muovono sulla base di una visione comune, ma di contingenze, congiunture, mentre in America vi sono temi sui quali, a parte frange estreme da una parte e dall’altra, l’essere originariamente liberali prevale su tutto: quando sono in gioco le fondamenta stesse del liberalismo, i diritti naturali e inalienabili dell’uomo. Come durante la guerra fredda la minaccia del comunismo sovietico ha posto i liberali americani di qualsiasi corrente e partito su un unico fronte, così oggi, davanti alla minaccia del terrorismo internazionale, al di là di questioni di opportunità politica e strategie militari che dividono l’opinione pubblica, i liberali di tutte le estrazioni si sentono nuovamente chiamati a combattere una battaglia che ha a che fare con le ragioni stesse della loro esistenza. Il dibattito, comunque, è aperto, e la speranza che si arrivi ad una definizione trans-atlantica del termine liberale dipenderà anche dalla capacità degli europei di riscoprirne il significato originario.

mercoledì 21 marzo 2012

Aggrapparsi alla Storia


“Dovremmo rivendicare, nel nome della tolleranza, il diritto a non tollerare gli intolleranti”. Queste parole, pronunciate dal noto filosofo Karl Popper in tempi in cui l’Europa non doveva ancora confrontarsi quotidianamente con i problemi legati al fenomeno della globalizzazione, e della multietnicità della società, sono ancora di grande attualità. Anche se, oggi, è il concetto stesso di tolleranza ad essersi sbiadito nelle mille sfumature delle diverse declinazioni che ad esso vengono applicate. Libri, giornali, intellettuali, politici, opinionisti, politologi, sociologi, psicologi, preti, volontari, docenti; fiumi di parole e di discorsi scorrono e ci sommergono ogni giorno in una polemica continua tesa a dare un significato definitivo alla parola tolleranza. E più se ne parla, più la cronaca ci restituisce la realtà di una insofferenza profonda che si manifesta in atti di vera e propria intolleranza perpetrati, soprattutto, dai giovani: xenofobia, omofobia, razzismo e violenza sono le cifre del disagio di una Europa che nell’arco di pochi anni si è accorta, improvvisamente, che una politica di accoglienza indifferenziata non è stata sufficiente nemmeno a creare i presupposti dell’integrazione e della creazione dei nuovi cittadini europei. In Francia, come in Inghilterra o in Germania – paesi che hanno già una lunga tradizione di immigrazione, ma il fenomeno riguarda anche il resto d’Europa – esistono quartieri che sono diventati i nuovi ghetti delle società moderne, luoghi che con la città che li ospita condividono solo il territorio, riproducendovi di fatto lo stile di vita e applicando le leggi vigenti nei propri paesi d’origine. Più che una società multietnica, quella europea è un’entità disseminata di microcosmi che le vivono dentro senza farne parte fino in fondo. Anche se questo non è vero per tutte le etnie e gli immigrati che abitano oggi il continente europeo, i contrasti e le frizioni scaturite dalla convivenza con determinate comunità hanno oramai diviso l’opinione pubblica in due visioni della tolleranza opposte ed estremizzate: da una parte l’ideologizzazione di un senso di colpa, la convinzione di dover espiare il peccato del colonialismo e del nazismo, con la conseguente predilezione per una politica di accoglienza, indulgenza e giustificazionismo anche di fronte a manifestazioni di violenza e sprezzo della civiltà occidentale, che sarebbero sempre frutto di errori precedenti. Dall’altra, il sopravvento della paura, della diffidenza, la percezione dell’inanità totale delle istituzioni di fronte all’aggressività con cui gli immigrati impongono il proprio modo di essere, il timore che le nostre leggi e la nostra libertà siano usate per sopraffarci, l’idea che sia in atto uno scacco all’Occidente, un’invasione che - anche solo per ragioni numeriche – farà, nell’arco di poche generazioni, piazza pulita dei principi e dei valori politici, morali e religiosi fondanti la civiltà occidentale, con la conseguente volontà di porre un freno all’immigrazione e la rivendicazione del diritto di cacciare gli stranieri sgraditi dal proprio territorio. In mezzo, un’Europa alle prese con il terrorismo internazionale, in grave difficoltà nel definire una propria identità che sia egualmente sentita da tutti i paesi dell’Unione, e per lo più succube di una forma pavida di tolleranza, che la induce facilmente a rinnegare la libertà di opinione di chi lancia pubblicamente l’allarme di una temuta islamizzazione del continente. Ma come mai l’Europa, che pure è il prodotto storico dell’incontro, dello scontro e del miscuglio di idee, merci, razze e religioni, sembra prigioniera di un atteggiamento anarchico, che è forse alla base di un senso di incertezza e disorientamento che rischia di trasformarsi, nella migliore delle ipotesi, in una chiusura insofferente? Dove guardare per ripensare la politica di integrazione europea?
Magari alle origini della propria storia, all’antica Roma. Può essere una civiltà schiavista un modello attuale di integrazione? Per molti aspetti sì, perché - nella sua lunghissima storia - né la monarchia, la repubblica o l’impero romano hanno mai conosciuto e applicato il concetto di razzismo. Anzi. Fin dai primi insediamenti, i romani erigono un luogo sacro dedicato al Dio Asilo, in cui accolgono profughi, fuggiaschi e schiavi da ovunque essi provengano, e continuano a considerare, nell’arco dei secoli, questo luogo motivo di orgoglio, tanto da tramandarne la memoria orale e conservarne i resti. Ma la politica che ci consente di capire veramente l’atteggiamento dei romani verso “gli altri”, è quella che l’ormai grande impero applica alle province a lui sottomesse. In un contesto in cui o si conquistava o si era conquistati, Roma invade praticamente tutto il mondo antico, ma è consapevole che la forza delle armi non è sufficiente a conservare il potere. Attua così una politica di cooptazione delle elite dei popoli conquistati, cui viene facilmente concessa la cittadinanza e che possono ambire a salire i vertici del potere, tanto che la classe dirigente diventa presto multietnica, e comincia, pian piano, a farsi abitare dal mondo, a portarlo dentro di sé, romanizzandolo. Fino a un certo punto, però. Perché Roma non impone alle province sottomesse i propri usi e costumi, e lascia in vigore tutte le leggi locali che non siano in contrasto con i principi fondamentali del diritto romano, ma allo stesso tempo è pronta a usare il pugno di ferro in caso di rivolte e insurrezioni. Una delle province che preoccupa di più “Roma caput mundi” è la Giudea, un focolaio continuo di ribellioni, ma la proverbiale durezza dei romani nei confronti degli abitanti di questa terra, gli ebrei, non è minimamente dettata da antisemitismo, quanto da ragioni squisitamente politiche, dalla necessità di riportare la provincia all’ordine e all’obbedienza. E il concetto vale egualmente per tutti gli altri. Con questo tipo di politica il mondo romano diventa presto una stratificazione di identità in cui, tuttavia, le pietre miliari della romanità permeano di sé popoli e culture; diventare romano significa appartenere ad un insieme di idee, leggi, valori e principi la cui forza di attrattiva non ha eguali nel mondo antico. Il desiderio di ottenere la cittadinanza romana, con tutti i diritti che questa comporta, è forte, e Roma non si fa pregare. Le vie per ottenerla sono varie, al punto che, unico caso nella Storia, la concessione della cittadinanza può essere frutto dell’azione di un singolo cittadino, e addirittura per gli schiavi la strada verso la pienezza dei diritti non è particolarmente lunga. Il liberto, infatti, lo schiavo liberato (e Prisco ci ricorda quanto fosse facile a Roma liberare uno schiavo, lo si poteva fare anche per testamento e non implicava pratiche burocratiche farraginose), era un quasi cittadino, ma il proprio figlio diventava automaticamente cives a pieno titolo, cui non era preclusa nessuna possibilità, neanche la carriera politica. Un’altra strada percorribile verso la cittadinanza era l’appartenenza all’esercito. Per legge, dopo venticinque anni di servizio, si veniva congedati con una cospicua gratifica economica e la cittadinanza di diritto; grazie a questa politica, attuata fin dall’inizio, i reparti ausiliari non sono composti da cittadini romani, ma in età repubblicana l’esercito di Roma conta una tale quantità di cives che nel suo esercito non vi sono mercenari.
A questo punto, però, non ci si può esimere dal chiedersi quali elementi abbiano consentito alla più grande potenza dell’antichità di trasformare milioni di persone a lei sottomesse in soldati che la servirono lealmente. Cosa aveva Roma in più, ad esempio, della Grecia? Tre cose, sostanzialmente: la tolleranza verso la religione, gli usi e i costumi altrui; il totale disinteresse per il concetto di stirpe, la paura di contaminare la purezza del sangue, della razza, idea che invece ossessionava gli ateniesi, e la proposizione di una forte identità. A questi elementi non può non aggiungersi quella che è passata alla Storia come la più grande invenzione di Roma: la codificazione del concetto di diritto come insieme di norme che costituivano l’ordinamento giuridico alla base della vita dei cittadini, ma che non mancava di prevedere una serie di tutele per coloro che cives ancora non erano. I romani, insomma, consideravano la propria cultura al centro del mondo e non per niente questa è fondamento della civiltà occidentale, ma non per questo ritenevano che ciò che era buono e giusto per Roma dovesse esserlo necessariamente per gli altri. Più semplicemente, i romani non conoscevano il concetto di superiorità della razza, non attribuivano alla propria religiosità la rivelazione della verità, non adottarono mai politiche discriminatorie per motivi etnici, né persecuzioni di questo tipo, non intervennero legislativamente per impedire i matrimoni misti, né la nascita di un bambino meticcio era considerata una cosa strana e meno che mai fonte di degenerazione razziale. Allo stesso modo, di molti soldati, che pure si dichiaravano orgogliosamente romani, si poteva capire l’origine dai culti religiosi che continuavano liberamente a praticare. Roma era una grande città multietnica dove era possibile incontrare gente proveniente da tutto il mondo, e una società talmente aperta che nel 212 d.c. l’imperatore Caracalla concesse la cittadinanza praticamente a tutti gli abitanti dell’impero.
Tutto questo, naturalmente, non le impediva di essere schiavista, conquistatrice, e, all’occorrenza, dominatrice spietata. Ma nessun parallelismo avrebbe senso decontestualizzando l’oggetto del paragone dal periodo storico in cui questo ha vissuto e operato. In cosa, dunque, l’Europa di oggi potrebbe trarre insegnamento dal modo in cui l’antica Roma si rapportava agli stranieri? Si è parlato della politica che i romani attuavano verso le popolazioni da loro conquistate, ma non si sa molto del trattamento riservato agli immigrati, a coloro che a Roma ci andavano spontaneamente per stabilirvisi, anche se non c’è ragione di credere che i modi per ottenere la cittadinanza fossero diversi. E’ anche vero, però, che la tolleranza dimostrata da Roma verso usi e costumi ritenuti scandalosi è applicabile fino a un certo punto da un’Europa che, nell’arco di molti secoli e al costo di milioni di vite umane, ha distillato una serie di valori politici e morali che considera universali e ai quali non è, o non dovrebbe essere, disposta a rinunciare: la democrazia, la parità tra uomo e donna, la libertà di stampa, opinione, espressione, confessione e associazione, le garanzie a tutela delle minoranze etniche, religiose, linguistiche, e molto altro. Ma la civiltà romana ha dominato la scena mondiale per oltre duemila anni anche e soprattutto grazie all’orgoglio che l’essere un cittadino romano comportava, ad una forte identità che garantiva senso di appartenenza, condivisione dei diritti, dei doveri e delle finalità di Roma, ad un corpo legislativo che fissava in modo inequivocabile i limiti della libertà individuale a tutela di quella di tutti i cittadini, ad un modo di guardare a se stessi come centro del mondo senza che questo minasse il diritto degli altri di considerarsi allo stesso modo. A tutto questo, però, Roma univa l’intransigenza verso chiunque cercasse di sopraffarla, tradirla, distruggerla. Ed è questo che manca all’Europa di oggi: la definizione di un’identità che vada oltre la retorica e che abbia la forza di attrarre ai suoi valori i futuri cittadini europei; la capacità di far rispettare le sue leggi senza compromessi con i propri sensi di colpa, e la determinazione a sopravvivere, la capacità di accogliere veramente chi vuole integrarsi e contrastare chi intende sopraffarla. Oggi nessuno è disposto ad immaginare che il modus vivendi europeo, per non dire occidentale, potrebbe essere una parentesi della Storia, ma sarebbe utile ricordare che, tra i molti fattori che concorsero alla caduta dell’impero romano d’Occidente, un ruolo non secondario fu giocato dall’incertezza politica, da una forte crisi economica e dalla decadenza morale che aveva minato la forza di Roma dall’interno, finendo con lo svilire la propria identità e soccombendo alla calata di popoli meno evoluti ma molto più determinati.

giovedì 15 marzo 2012

Tra l'incudine e il martello


Saranno mesi duri quelli che separano gli italiani dalle elezioni del prossimo anno. Le avvisaglie di ciò che ci attende sembrano essersi concentrate negli ultimi giorni, e lo spettacolo è deprimente. Da una parte i partiti, i quali, affatto preoccupati degli scandali e delle figuracce che vanno cumulando, si sono già lanciati in una campagna elettorale dai toni e dagli argomenti vecchi, come se la crisi, lo spread e l’orlo del baratro non ci fossero mai stati e, soprattutto, come se il pericolo fosse definitivamente scampato e potessimo buttarci tutto alle spalle. Niente di più falso, ma loro fanno bella mostra della propria ignoranza e protervia e rialzano la testa, rimarcando i limiti di azione concessi al governo Monti (come se temi quali la giustizia e la Rai non investissero fortemente anche il campo economico), e buttando sul tavolo elettorale polemiche non troppo sentite, in questo momento, come il matrimonio gay. Peccato che nel contempo il mondo e gli italiani siano profondamente cambiati. Gli italiani, in particolare. Che vivono ormai tra l’incudine di una sfiducia irrecuperabile nei confronti di una classe politica chiusa nel suo piccolo mondo antico, e il martello di un governo che comincia a spaventare per metodi e convinzioni. Le seconde, soprattutto. L’idea che gli italiani abbiano il dna del furbetto evasore che va definitivamente stanato e punito, violando la privacy e il diritto all’innocenza fino a prova contraria di tutti, non è soltanto un obbrobrio filosofico e giuridico, è anche il prodotto di cecità storica. Posto che è innegabile la realtà di una diffusione capillare di comportamenti al limite della legalità, è altrettanto incredibile che per risolvere determinati problemi i governi abbiano sempre preferito colpire la punta dell’iceberg invece di cercarne le cause profonde e porre rimedio alla radice. E’ facile sparare a zero sul cittadino invece di chiedersi come mai siamo diventati campioni mondiali nell’arte di arrangiarsi. Tra pochi mesi arriverà l’Imu e il fondo del barile sarà stato grattato. Come già denunciato da organi ben più importanti di qualche associazione di categoria, la pressione fiscale è forse la più alta del mondo e la considerazione del cittadino e dei suoi diritti inviolabili è tra le più basse; siamo già in recessione e per quante chiacchiere e pacche sulle spalle ci si possa dare con la Merkel la fine del tunnel è lontanissima. Perché lo spread è sceso e gli squali sono stati momentaneamente saziati (e il merito è indiscutibilmente di Monti), ma tutto questo non ha nulla a che fare con l’economia reale, con il mercato, con l’investire, il produrre, vendere, consumare, inventare, creare. Perché l’economia senza il supporto filosofico e giuridico di una visione liberale dell’individuo e della società si chiama finanza, e la finanza è un imbuto che ingoia tutto, un gioco per pochi abili speculatori che si arricchiscono senza l’utilità sociale della diffusione del benessere.
Abbiamo sentito parlare per mesi di equità tra i cittadini, ma quale equità può garantire uno Stato che è in assoluto il più iniquo di tutti verso il cittadino, e che si comporta come il suo principale nemico? Dove sono i soldi che la pubblica amministrazione deve da mesi, se non anni, a migliaia di piccole e medie imprese? Dove sono gli sgravi, gli aiuti, le detrazioni per incentivare la crescita e – non ultima – l’onestà del contribuente? Dove sono i servizi a fronte di una pressione fiscale stellare? Perché nessuno sembra rendersi conto che se gli italiani non fossero migliori della propria classe politica e amministrativa questo paese sarebbe andato all’aria già da tempo? Quali sono le idee, le visioni ad ampio raggio che muovono questo governo di pur brillanti tecnici, che sembrano tuttavia non saper concepire l’individuo e la società al di fuori dello schema della rigidità e invasività statale? Perché nessuno vuole dare agli italiani l’opportunità della libertà, che è cosa ben diversa dalla licenza, di cui il paese abbonda e che serve solo ai delinquenti, e vedere una volta per tutte se sapremmo abbracciare ed essere degni di un vero liberalismo economico e sociale? Perché nessun partito e nessuna istituzione è disposto a ingaggiare una grande battaglia delle idee, che sarebbe l’unica rivoluzione possibile e auspicabile in Italia come forse, per molti aspetti, in tutta Europa? Perché mi sento costretta a guardare con orrore all’idea che fra un anno ci saranno le elezioni?